Dan Carter, lo spartiacque del professionismo ovale

Il contratto monstre dell’All Blacks con il Racing Métro è l’emblema del salto di qualità mediatico e di marketing del rugby. Che da noi ancora manca.

La cifra reale è segreta, ma i ben informati parlano di un triennale da 1-1.3 milioni di sterline annui (cioè 1.27-1.65 milioni di euro). È quello che dovrebbe guadagnare tra la fine del 2015 e il 2018 Dan Carter, che chiuderà la sua carriera a Parigi, nel Racing Métro e che la chiuderà portandosi a casa, lordi, fino a poco meno di 5 milioni di euro. Una cifra monstre, cifra record nella palla ovale. Che, così, chiude il cerchio iniziato nel 1996 ed entra totalmente nel professionismo.

Non perché la cifra sia stata paragonata a quella dei calciatori (ma fenomeni come Carter, nel calcio, prendono anche 30 volte di più), né perché sia il primo rugbista a toccare/avvicinarsi alla soglia psicologica del milione di euro guadagnati. Ma, soprattutto, per le parole con cui Jacky Lorenzetti, padron del Racing Métro, ha spiegato l’operazione Carter: “Carter sarà il giocatore più pagato nel Racing, ma anche il meno caro per i ritorni economici che ci darà”.

Ed è qui che negli ultimi anni il rugby ha accelerato più di tutti. Nell’immagine, nella capacità di vendere i propri testimonial e nel accelerazione delle operazioni di marketing attorno alla palla ovale. I grandi campioni, gli emblemi, i simboli del rugby non sono più conosciuti solo dagli appassionati, da una ristretta cerchia, ma iniziano a essere riconosciuti al di fuori del mondo di Ovalia. E a ripagare, così, non solo in campo, ma anche fuori.

E’ qui che il rugby ha – finalmente – fatto il salto di qualità quando si guarda all’alto livello (quindi non c’è spazio per i nostalgismi del pane e salame, ndr.). Per essere competitivo, per essere sostenibile nel tempo il rugby moderno ha bisogno del marketing. Ha bisogno di comunicazione, di visibilità, di facce e nomi da spendere con gli sponsor, con i tifosi e con la stampa. Il Top 14 francese lo ha capito ormai da qualche anno e i risultati si vedono. In Inghilterra hanno faticato di più a far convivere tradizione e professionismo, ma ora sembra che anche oltre Manica abbiano accettato le nuove regole del mercato. Altrove, invece, si fatica.

Anzi, altrove – in latitudini a noi molto più vicine – c’è ancora una sacca di resistenza convinta che basti il campanilismo a far vivere lo sport e il rugby ad altissimo livello, c’è ancora chi punta il dito con quei rugbisti che ‘osano’ diventare personaggi, come se essere amati dal pubblico, dai pubblicitari e dalla stampa implicasse essere cattivi rugbisti. E a queste latitudini, piaccia o meno, il gap con il rugby mondiale si amplia. Al di là di presidenti inadeguati, Accademie o quant’altro.

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