Test Match: Italrugby, cosa ci lascia questo novembre

Un bilancio dopo le tre sfide contro Samoa, Argentina e Sud Africa, con un occhio alla RWC 2015.

Anche questo novembre ovale va in soffitta e per l’Italrugby è il momento dei bilanci. Una vittoria e due sconfitte per gli uomini di Brunel, ma nonostante il bilancino segni rosso da questa finestra internazionale il rugby azzurro esce sicuramente con più certezze che dubbi.

Gruppo ritrovato. E’ stato il leit motiv nel dopopartita a Padova ed è sicuramente l’obiettivo più importante raggiunto dagli azzurri. Il gruppo, che si era pericolosamente sfaldato tra la fine del 2013 e la prima parte del 2014 si è ritrovato. La squadra si è allenata bene, ha ritrovato fiducia e voglia di dimostrare il proprio valore. Alcune fratture interne alla squadra, alcuni equilibri e alchimie che si erano perse, si sono ricomposte, i ragazzi hanno ritrovato fiducia e serenità (vedi il gruppo della Benetton dopo i problemi e le incertezze della passata stagione, ndr.) e questo ha influito notevolmente sul rugby giocato.

Ripartire dalle basi. Difesa e mischia. Sono da sempre le due armi su cui l’Italrugby deve iniziare a costruire tutto il resto, le fondamenta della casa azzurra e sono le due fasi del gioco in cui l’Italia ha spiccato in questo novembre. Una difesa che, soprattutto quando c’è da tirare su la trincea nei 22, ha bloccato quasi ogni iniziativa di Samoa, Argentina e Sud Africa, avanzante, grintosa e cattiva ha permesso agli azzurri di limitare al massimo i danni e di restare sempre in partita. La mischia, invece, ha combattuto alla pari e vinto due confronti di altissimo livello con Argentina e Sud Africa, con il lavoro di Ciccio De Carli (come detto anche da Alberto De Marchi ai nostri microfoni) che sta dando chiaramente i suoi frutti. Difesa e mischia, due armi che negli ultimi 12 mesi si erano pericolosamente spuntate e che, invece, a novembre hanno ripreso a fare male.

Giovani in crescita. Michele Campagnaro che si conferma una spina nel fianco delle difese, Joshua Furno che ormai è una certezza e un punto fermo della seconda linea sia in touche sia quando c’è da mettere le mani ‘nello sporco’, Luca Morisi che è tornato ad altissimi livelli dopo l’infortunio e che dà solidità alla linea dei trequarti sia in fase difensiva sia offensiva. Poi la crescita di Dario Chistolini in prima linea, la conferma (se ce n’era bisogno) di Alberto De Marchi, l’insostuibilità di Simone Favaro come placcatore devastante in terza, la buona prova di Palazzani in mediana e, infine, il ritorno di Francesco Minto. Se c’è qualcosa per cui sorridere sono le nuove leve del rugby italiano, ancora acerbe in alcuni casi, ma che già si sono ritagliati più di uno spazio da protagonisti in questa Italia. Guardando anche oltre i Mondiali e aspettando anche chi, come Simone Ragusi, sta scalpitando aspettando il suo momento.

I campioni ritrovati. E se i giovani sorprendono o si confermano, va detto che anche dai più esperti in questo novembre si è visto qualcosa di buono. Sergio Parisse è tornato ai livelli di qualche anno fa, sembra sentire meno la pressione e gioca con più semplicità, ma maggiore concretezza, anche nei momenti più difficili del match, garantendo all’Italia l’apporto delle sue indiscusse qualità senza gli eccessi visti ultimamente. Poi c’è l’ottimo stato di forma di Matias Aguero, un Martin Castrogiovanni di livello in mischia, un Geldenhuys che con Furno forma una coppia di seconde di livello, e i soliti Ghiraldini, Zanni e Masi a garantire certezze al gruppo.

Le note dolenti. Due mete segnate in 240 minuti e poche occasioni di marcarne altre. L’Italia fatica, ma non è una novità, a mettere punti pesanti sul tabellone, le azioni sono spesso lente, macchinose nella costruzione e permettono alle difese di farsi trovare pronte. Poi ci sono stati i tanti errori di handling che hanno vanificato ciò che di bello si era costruito a rendere ancora più dura la missione meta. Con l’Argentina, poi, è mancato il cinismo di vincere un match che era da vincere per quel che si era visto in campo. Il buon esordio di Kelly Haimona ha lasciato, però, un po’ di amaro in bocca dalla piazzola – ma sicuramente il maori ha pagato l’emozione dell’esordio e il peso della responsabilità – e un po’ di lacune difensive. Parlando dei singoli, Edoardo Gori continua a combattere con il problema al ginocchio che non gli permette di allenarsi al 100%, anzi tutt’altro, e questo non aiuta certo a trovare i giusti ritmi in campo. Rimandati a febbraio, quantomeno, Leonardo Sarto (impalpabile), Samuela Vunisa (troppo timido palla in mano) e Luke McLean. Da loro ci si aspetta di più e devono dare di più.

Questione Allan. Chiudiamo, infine, con la questione Tommaso Allan. Jacques Brunel dopo la sfida con il Sud Africa ha spiegato la sua scelta di escludere l’apertura del Perpignan con la volontà di testare anche con gli Springboks Kelly Haimona, per avere maggiori certezze e ritrovarsi nel 2015 con tre aperture (Allan, Haimona e Orquera) tra cui scegliere. Scelta legittima e motivazione chiara e condivisibile. Ma, da un punto di vista della comunicazione, queste due frasi di Brunel non sarebbe stato meglio allegarle al comunicato in cui si diceva che Allan era stato liberato, evitando inutili polemiche e dietrologie?


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© Foto Elena Barbini – Tutti i diritti riservati