Contratti centralizzati: sono il futuro obbligato del rugby?

All’IRB World Rugby Conference di Londra ne hanno parlato due leggende del passato come Sean Fitzpatrick e Agustin Pichot.

Sono assurti agli onori delle cronache grazie allo scontro tra Federazione e Regions in Galles, ma i contratti centralizzati sono un tema caldissimo in tutto il mondo ovale. E ieri all’IRB World Rugby Conference se ne è parlato molto con due ex campioni come Sean Fitzpatrick e Agustin Pichot.

I ritmi forsennati del rugby professionistico, gli impegni con il club e la nazionale – soprattutto nell’anno dei Mondiali – rischiano di accorciare molto le carriere dei giocatori e, in ogni caso, di farli arrivare agli appuntamenti clou fuori forma. I contratti centralizzati – utilizzati con successo in Australia e Nuova Zelanda – invece permettono ai giocatori di pianificare la loro stagione in maniera più razionale, sacrificando un po’ i club in nome della nazionale e dei tornei internazionali. Rugby World Cup in primis.

Un problema per i rugbisti europei, soprattutto. Rugbisti che, per fare l’esempio più attuale, hanno iniziato la stagione a settembre, finiranno i campionati a metà/fine maggio (partecipando nel frattempo ai test di novembre e al Sei Nazioni), riprenderanno i raduni con la nazionale a giugno, avranno le amichevoli ad agosto, parteciperanno alla Rugby World Cup tra settembre e ottobre e a novembre torneranno in campo con i club. Una stagione ininterrotta, dunque, che è partita due mesi fa e che rischia di finire solo nel maggio 2016.

“Il problema dell’usura dei giocatori è reale nell’Emisfero Nord. Il numero di partite che un giocatore come Chris Robshaw deve giocare tra Premiership, Coppe Europee e Test è un problema. Ovviamente i proprietari dei club vogliono che continuino a giocare – le parole dell’ex All Blacks Fitzpatrick –. Se sei un rugbista professionale il Paese migliore per giocare, escludendo il Giappone dove il livello è basso, è la Nuova Zelanda, dove ti seguono attentamente. Il prodotto principale sono gli All Blacks e il lavoro è fatto in ottica nazionale”.

Un’opinione con cui concorda anche l’ex mediano di mischia dell’Argentina, Agustin Pichot: “La cosa più importante è che ci prendiamo cura degli atleti. I giocatori non possono giocare e venir bruciati giocando 30 partita a un’intensità folle come succede oggi. Con contratti centralizzati, invece, le cose sono più facili. La nazionale è la tua squadra più importante e costruisci tutto il resto attorno a essa. Ciò non significa che pochi giocatori diventano ricchi e giocano poche partite, ma significa che hai un’Itm Cup stupenda e un’ottima Currie Cup. Il problema è quando si scontrano le legittime richieste del privato e le decisioni politiche. Un vaso di Pandora scoperto nel 1995 e che è esploso ora”.

Un problema che, evidentemente, riguarda soprattutto quelle realtà in cui i club hanno un peso economico o di tradizione importante, come succede in Francia o Inghilterra. Basti vedere gli scontri tra il Tolone e la federazione sudafricana negli ultimi mesi, o tra il Tolosa e la FFR, così come la tensione che da sempre contraddistingue i rapporti tra la Rfu e la Premiership. La soluzione i contratti centralizzati? Forse sì, forse no.

Sicuramente, però, pretendere di decidere su come gestire un giocatore se non si contribuisce in maniera importante sul suo costo è, nel 2014, non solo utopico, ma pure indecente. Si veda quello che è successo tra Fir e Treviso nel primo quadriennio celtico, per esempio. Però, dall’altra parte, è vero che la maggior visibilità (che porta soldi a tutto il movimento, club compresi ndr.) arriva nella maggior parte dei casi dalle partite internazionali, che siano test match o tornei come il Sei Nazioni e la Rugby Championship.


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© Foto Marco Turchetto/@rugbytoitaly.com – Tutti i diritti riservati