Sport & Doping: Malagò e quella voglia di non vedere

I nuovi sviluppi dell’inchiesta doping sul marciatore Schwazer e le parole del numero 1 Coni dimostrano che non si capisce, o non si vuole capire, dove sia il problema.

Non tocca direttamente il rugby, ma l’inchiesta sul doping nata dopo la positività di Alex Schwazer prima delle Olimpiadi di Londra 2012 tocca tutto lo sport italiano, quindi anche la palla ovale. L’affaire Schwazer, trovato positivo dalla Wada grazie a due controlli mirati, ha evidenziato come il sistema antidoping della Fidal e del Coni facesse – a essere buoni – acqua.

Chi conosce la storia del doping in Italia (consiglio, come sempre, la lettura del libro di Sandro Donati “Lo sport del doping”, ndr.) sa che Alex Schwazer non è stato né il primo né l’ultimo atleta italiano ad aver fatto uso di sistemi dopanti e che dagli anni ’80 in poi vi fu una pesante connivenza tra atleti, allenatori, Federazioni e lo stesso Coni, con un sistema che può venir definito senza problema “doping di Stato”.

Ebbene, di fronte a questa evidenza e ai risultati dell’inchiesta della Magistratura sul caso Schwazer cosa dichiara il presidente del Coni Giovanni Malagò? “Io non condivido l’ipotesi di spostare la responsabilità dei controlli antidoping al ministero della Salute, togliendoli al Coni […] Siamo ai primi posti della lotta al doping e abbiamo intensificato anche gli investimenti” ha detto Malagò a margine di un convegno dedicato al Mennea day, la giornata per ricordare il 12 settembre 1979, quando il velocista azzurro stabilì a Città del Messico il record mondiale sui 200 metri.

Affermazioni ‘audaci’ vien da dire, soprattutto nel giorno in cui si ricorda un atleta che ha sempre lottato contro il doping nel suo sport. Audaci perché è evidente che il sistema antidoping in Italia non ha mai funzionato, altro che primi posti nella lotta al doping! E non ha funzionato, come non funziona in moltissime nazioni, perché il compito di vigilare, cioè di lottare contro il doping, è affidato a chi con il doping vince. Le Federazioni e il Coni (parliamo d’Italia, ma si può dire lo stesso altrove, ndr.) hanno come obiettivo vincere, perché le vittorie, le medaglie e i trofei portano investimenti, portano sponsor, portano soldi.

Come scrive Sandro Donati nel suo libro, in maniera lapalissiana ma inascoltata, i controllati non possono essere i controllori. Continuare, ancora oggi, ad affermare che non ci devono essere controlli antidoping di Stato e che la lotta al doping non deve essere affidata a terzi significa essere, o voler essere, ciechi. Il doping è una spada di Damocle sopra la testa di ogni disciplina sportiva, dai tanto famigerati ciclismo e atletica fino a quegli sport che – all’apparenza – appaiono immuni, e che rischia di abbattersi violentemente da un momento all’altro. La lotta all’antidoping dev’essere primaria per chi ama lo sport e dev’essere affidata a chi non ha palesi conflitti d’interesse. O vogliamo credere alla favola che il doping non c’è se non ci sono positivi?


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