Sport & Doping: tra regole pericolose e controlli ridicoli il rugby rischia

Si è svolto ieri a Silea, vicino a Treviso, il convegno con l’importante partecipazione di Alessandro Donati, allenatore Fidal e autore del libro denuncia contro il doping in Italia. Un convegno ottimista, ma che lascia l’amaro in bocca.

Ieri a Silea si è svolto un convegno sul tema del doping nel rugby. Tanti gli ospiti sul palco, di grande livello, che hanno affrontato il tema del doping da diversi punti di vista. Ecco un riassunto della giornata, che finalmente ha portato il rugby (italiano) ad avere il coraggio di parlare di un tabù.  

Le nuove regole, una spinta verso anabolizzanti ed epo?
Il primo relatore è il giornalista del Gazzettino Antonio Liviero, che affronta da un punto di vista di evoluzione storica il rapporto tra rugby, regole e doping. Parole importanti, che evidenziano paure che già molti rugbisti ed ex rugbisti hanno fatto loro.
“Il doping nel rugby è da sempre un tabù, in uno sport che ha sempre voluto e pensato di portare avanti valori unici. Era ed è un argomento scomodo, perché la gente si offende a parlarne. Con il professionismo c’è stata un’accelerazione, la vittoria diventa più importante, anzi spesso è solo quello che conta. La prestazione è diventata fondamentale e il rischio doping è cresciuto allo stesso modo” ricorda Liviero, che poi punta il dito contro i calendari.
“Il rugbista ha tempi di recupero importanti e gli appuntamenti sono tanti. E l’interstagione è sempre più ridotta. E c’è sempre più necessità di organizzare più partite, più tornei con tempi sempre più ristretti. E questo è un pericoloso volano per il doping nel rugby” sottolinea il collega, che però poi va oltre.
Le nuove regole, infatti, sono per Liviero un pericolo enorme nel rapporto con il doping. “La spettacolarizzazione del rugby è sempre maggiore, per attrarre tv, telespettatori e sponsor. Per farlo si è aumentata la continuità, con meno interruzioni, meno mischie aperte, con spazi minori. E sono aumentati gli impatti continui, i punti d’incontro, le fasi delle azioni e, anche questo, aumenta il rischio doping. Uno sport di collisione ha bisogno di atleti grossi, mentre spariscono i fisici piccolini, anche perché non ci sono più gli spazi. E questo porta all’utilizzo degli anabolizzanti – dice Liviero, che conclude –. Sono aumentati i minuti di gioco e anche qui le nuove regole spingono a tempi di gioco effettivi sempre maggiori. Una scelta che aumenta esponenzialmente il rischio Epo nel rugby”.

La risposta dell’Irb nella lotta al doping
Secondo relatore è l’ex presidente Fir Giancarlo Dondi, attuale presidente della commissione antidoping dell’Irb. Che, così, racconta cosa fa il Board. “Come dice Liviero il rugby è diventato un altro sport, che ha bisogno di risorse finanziarie e, dunque, deve ricercare lo spettacolo per crescere. Per questo la commissione antidoping dell’Irb (di cui è presidente, ndr.) sta diventando più importante. Nel 2012 sono stati fatti 1542 controlli Irb, con le positività che sono in aumento, con 21 casi di positività. Poi ci sono i controlli federali, del Coni, del Ministro, ma spesso i controlli sono doppi, perché non c’è comunicazione e collaborazione tra gli enti”.
Cultura e sorpresa, le armi usate. “L’Irb punta a educare e sensibilizzare i giovani e l’ambiente nella lotta antidoping. E’ la parte culturale la prima che va preservata se si vuole parlare di sport e non solo di spettacolo – racconta Dondi, che poi spiega un punto fondamentale –. Molti controlli vengono effettuati durante i tornei, ma i test più importanti e credibili sono quelli a sorpresa e fuori dalle finestre internazionali, cioè dove è più facile pescare chi imbroglia”.

Doping e mente, chi controlla chi?
Perché ci si dopa? Cosa spinge a imbrogliare, mettendo anche a rischio la salute? Ne ha parlato la dottoressa Bounous. “Possiamo ancora credere che nello sport si possa arrivare all’alto livello senza doping? Io penso, e spero, di sì. Ma il problema è psicologico, perché il doping crea dipendenza e porta a depressione, sociopatia e, soprattutto, non riguarda solo i professionisti” esordisce la psicologa dello sport. “La domanda da farsi è: perché un ragazzo accetta di assumere doping? Perché vi è una percezione alterata del rapporto costi/benifici, perché vediamo il campione vincere, ma non sappiamo a che costo sia arrivato lì” dice la dottoressa Bounous, tornando così a parlare del rapporto tra doping e cultura. “E la risposta che dobbiamo dare sono, dunque, anche mentali. Dare quella fiducia all’atleta, creare quella capacità di resilienza che faccia vedere che c’è una scelta da poter prendere. E che il doping sia quella sbagliata”. Insomma, se un atleta sviluppa le capacità fisiche, fin da bambini vanno sviluppati anche da un punto di vista mentale.

Doping, le nuove frontiere diventano genetiche
Claudio Da Ponte, ematologo e direttore della rivista Rugby Club, invece, parla del futuro (e ahimé del presente) del doping, cioè quello che coinvolge la genetica e la clonazione. “Purtroppo la medicina, la scienza e, di conseguenza, il doping è sempre avanti a chi controlla. E ora la frontiera è il genoma umano, cioè la cosiddetta clonazione. La scienza, pensata per guarire molte malattie, dà però una spinta al doping che rende i vecchi test inutili, anche il passaporto biologico – spiega il dottor Da Ponte, che evidenzia come già oggi questo avviene nello sport –. Toccando la genetica individuale si può sviluppare una muscolatura innaturale, ma ancora si tratta di livelli sperimentali, con effetti collaterali pericolosissimi”. Insomma, il doping è di nuovo molto avanti rispetto alle armi per combatterlo, ma come sottolinea Da Ponte la prima arma è non guardare dall’altra parte, magari dicendo che il doping non è un problema nel nostro sport.

Controllori e controllati, se le istituzioni non combattono il cancro
Ultimo, ma più atteso, a parlare a Silea è Sandro Donati, autore del libro “Lo sport del doping”, tecnico Fidal che per 30 anni ha combattuto contro il doping nello sport, mettendo a rischio anche la propria carriera. “Come ha detto giustamente Liviero, il rugby (come altri sport) che si spinge verso la spettacolarizzazione ricorda l’atletica di 30 anni fa, quella di Nebbiolo, che la trasformò e portò il doping con sé – esordisce Donati, che continua –. E a ciò aggiungiamo il cortocircuito del fatto che l’antidoping è affidato alle federazioni – nazionali e internazionali -, cioè il controllore è lo stesso che dev’essere controllato. E’ credibile?”.
“Il Cio ha sempre rincorso, mettendosi con ritardo sistematico in moto per controllare certe sostanze dopanti, permettendo ad atleti, medici o tecnici di mettersi in mostra per decenni, senza che si sapesse i reali motivi di queste vittorie – attacca Donati –. Ma il Cio è una macchina oscura, basata sul business, e che mai si muoverà per autolesionarsi, cioè per combattere il doping realmente. L’esempio di Conconi, pagato dal Cio per creare un falso test anti-Epo, dimostra come le istituzioni non abbiano mai veramente combattuto il doping”.
“A vedere la sala piena si capisce che il virus del doping nel rugby non è ancora entrato in maniera cancerogena. Una simile riunione davanti a tecnici del nuoto o dell’atletica avrebbe visto la sala quasi vuota – ironizza Donati, che poi smorza gli entusiasmi di Dondi e di chi crede in un rugby pulito –. I dati forniti dal presidente Dondi sono bassi, troppo bassi. Perché molte sostanze dopanti non vengono trovate nei test normali, come l’ormone della crescita, e così molti atleti di alto livello sfuggono. Se poi ci si aggiungono le sceneggiate dei test a sorpresa, dove gli atleti possono saltare i test senza conseguenze, se si muovono in maniera intelligente, si capisce come i numeri forniti lasciano molti dubbi”.
E, quindi, cosa si può fare? “In primis affidarsi ad agenzie terze, e non come oggi, dove per esempio l’agenzia italiana antidoping ha sede al Coni. Poi serve il monitoraggio del sangue, non bastano i test sangue/urine, ma va elaborato per i diversi tipo di sport. Il sangue evidenzia l’Epo, decisivo per il ciclismo e lo sci di fondo, mentre per esempio nel rugby servirebbe monitorare gli anabolizzanti e gli ormoni della crescita. Se, invece, si usano le stesse analisi per tutti gli sport ci si fa belli, ma non si combatte nulla”.

Insomma, come conclude Sandro Donati, il doping va combattuto non all’interno delle istituzioni, ma va combattuto nonostante le istituzioni. E per farlo non va accettata l’omertà che da decenni ha accompagnato e ancora accompagna il doping. Un’omertà che riguarda anche i giornalisti. Stuzzicato dal sottoscritto, Donati dice “Il giornalismo sportivo è esaltazione del vincitore, è incapacità di raccontare le altre 1000, bellissime, storie di sport che non riguardano ciò che luccica. Il giornalismo ha sempre taciuto per incapacità, ma anche perché colluso, con troppi giornalisti vicini alle federazioni o ai club (di cui fanno, o hanno fatto, o faranno dopo gli uffici stampa). L’esempio più lampante è quello di David Walsh, del Sunday Times, che nel 2004 scrisse già tutto su Lance Armstrong. Nel 2005, conferenza stampa gremita di giornalisti, Armstrong si rivolge e Walsh dicendo ‘vattene, o non parlo’. Walsh uscì, non gradito, mentre nessun giornalista mosse un dito. Serve aggiungere altro?”. Purtroppo no. E, purtroppo, come sottolineato da Liviero, il doping è ancora un tabù nel rugby. Guai a parlarne, ma certe evoluzioni fisiche (“6 chili di muscoli messi su in 6 mesi non sono possibili” ha evidenziato Donati) non possono far pensare che il rugby sia immune da doping.

Credit image by Antonio Ros

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