Nelson Mandela morte: l’uomo che unì (per poco) un popolo intorno al rugby

Si è spento poco fa a Pretoria l’ex presidente del Sud Africa, controverso leader dell’ANC e premio Nobel per la pace nel 1993. Lascia un Paese liberato dall’apartheid, ma ancora profondamente diviso e violento.

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Se ne è andato a 95 anni, dopo aver lottato tutta la vita. In carcere, al governo e fino all’ultimo, in ospedale. Nelson Rolihlahla Mandela, l’emblema e il simbolo del Sud Africa, è morto oggi, dopo aver combattuto per mesi contro un’infezione polmonare che ne ha devastato il fisico.

Terrorista prima (era uno dei leader dell’ala armata dell’ANC), prigioniero per 27 anni (dal 1962 all’inizio del 1990), padre della Patria poi, insieme a Frederik Willem de Klerk (con lui premio Nobel nel ‘93) mise fine all’apartheid in Sud Africa, venendo eletto presidente nel 1994, ruolo che ricoprì fino al 1999. E proprio uno dei primi atti durante il suo mandato riguardò il rugby.

“Il mio stesso popolo mi fischiò quando mi misi in piedi davanti a loro, dicendo che avrebbero dovuto tifare per gli Springboks” raccontava Mandela e, in questa frase, si legge il compito arduo di un uomo di far riconciliare un popolo che non era mai stato unito. E farlo usando gli Springboks, la nazionale di rugby sudafricana, per decenni simbolo dello sport dei bianchi.

Una sfida difficile, che non venne vissuta facilmente né dagli attivisti dell’ANC né dai giocatori della nazionale, al 99% composta da afrikaaner. Divisi dalla razza, ma anche dalle idee politiche, dalla cultura, così lontani gli uni dagli altri. Il primo che Mandela volle convincere fu il capitano degli Springboks, François Pienaar, che dell’incontro con Madiba ricorda come “sembravo un bambino con la bocca spalancata di fronte a un vecchio uomo che mi racconta una storia incredibile”.

Nel 1995 il Sud Africa – che aveva saltato le precedenti edizioni iridate causa boicottaggio – ospita la Rugby World Cup. Una sfida da vincere sul campo, sugli spalti e in un’intera nazione. Non fu facile, in tutti i sensi, ma alla fine il trionfo degli Springboks (non privo di polemiche riguardo a come gli All Blacks furono messi fisicamente ko alla vigilia della finale, ndr.) fu il primo, vero, momento in cui i sudafricani si sentirono un popolo. E questo trionfo fu fortemente voluto proprio da Nelson Mandela, che di rugby ne masticava poco, ma capiva gli uomini.

Oggi Nelson Mandela non c’è più, il Sud Africa non ha ancora superato quelle divisioni e quegli odi (reciprochi), molti bianchi sono stati costretti a scappare e pochi neri ne hanno preso i privilegi, mantenendo però quelle disparità e quella violenza tipica dell’apartheid, che ora divide il Sud Africa non solo tra bianchi e neri, ma anche tra neri e neri. Gli Springboks non sono più monopolio dei bianchi, ma la strada è ancora lunga per poter parlare di un Paese normale. La figura di Nelson Mandela – seppur controversa, con luci (soprattutto per il suo carisma) ma anche ombre (molte, sia politiche sia personali, e spesso volutamente dimenticate) – resta però sempre forte. Come quella qui sopra, con la maglia degli Springboks, in mezzo al campo, mentre consegna la Rugby World Cup nelle mani di François Pienaar dicendogli: “François, grazie per quello che avete fatto per questa Nazione”. E Pienaar che gli risponde: “No, signor Presidente. Grazie a lei per ciò che ha fatto”.


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