Rugby e polemiche: nazionale e rugby di base, in Galles problemi “italiani”

Ex nazionale gallese Mike “Spikey” Watkins attacca la WRU, troppo presa a godersi il Millennium pieno che a pensare ai club. Vi ricorda qualcosa?

Tutto il mondo è paese, si dice. E in Galles la polemica che è divampata con le parole dell’ex nazionale Mike Watkins ricorda molto quelle che conosciamo alle nostre latitudini, soprattutto dopo i pessimi risultati dell’Italrugby. Da un lato la scintillante copertina del Millennium Stadium (da noi l’Olimpico dei 70mila), dall’altro i club in crisi economica e bistrattati.

“Mi piaceva bermi una pinta prima della partita e diverse dopo, ma io guardavo sempre giocare il Galles. Al Millennium, oggi, sembra di essere in discoteca o a un compleanno. Il rugby è il contorno. E se critichi uno dei giocatori vieni insultato. Non è un posto dove mi piace guardare il rugby”.

Queste le parole di Mike “Spikey” Watkins, che però va anche oltre. Il problema non è solo lo spettacolo più show che sport offerto nel tempio del rugby gallese, ma anche la gestione dello stesso da parte della Federazione.

“Tempo che l’amore gallese per il rugby sia finito o stia finendo. La nazionale vince triple crowns e grandi slam, e questo è grandioso. Ma dalla mia visita in Galles (Watkins vive a Bangkok) ho trovato il rugby di base in uno stato catastrofico. I club non hanno abbastanza giocatori, i ragazzi guardano più al calcio e alcuni club stanno pensando di chiudere. La nazionale fa bene, ma non può vincere a spese del resto”.

Una polemica che ricorda molto da vicino quella che si sta trascinando da tempo in Italia e che vede il movimento spaccato tra chi punta sull’alto livello e chi vorrebbe sacrificarlo per rilanciare il rugby di base. Una polemica simile, molto populista e a effetto, ma che perde di vista almeno due questioni. La prima è che più che sull’alto o basso livello si dovrebbe lavorare sul merito, con una politica meritocratica di distribuzione del budget a chi lavora per far crescere il movimento con capacità e qualità. La seconda è che, piaccia o meno, il 90% del budget delle federazioni deriva dalla nazionale e dai campionati maggiori, quindi una redistribuzione più ragionata è auspicabile, ma senza dimenticare dove è la gallina d’oro.

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