Disastro Italia: Brunel, giocatori, Gavazzi. Di chi le colpe?

Il pessimo ko con il Giappone, nona sconfitta consecutiva, è l’emblema di errori grossolani e incapacità.

Tre sconfitte su tre, nove ko consecutivi, il primo, storico, insuccesso contro il Giappone. Il ritorno dal tour estivo è deprimente per l’Italrugby che da un anno ha perso la bussola e non riesce a ritrovarsi. Una crisi infinita in cui si punta il dito contro questo o quello, ma tutti – più o meno tanto – hanno colpe.

Jacques Brunel. Se una squadra perde la colpa è dell’allenatore. E’ una regola che vige in ogni sport e sabato Gavazzi ha dovuto rinnovare la fiducia nel tecnico francese. Che ha le sue colpe. In primis le convocazioni, che non sempre convincono, poi i cambi in ritardo (contro il Giappone l’incapacità di alcuni titolari erano evidenti dopo una manciata di minuti, ndr.), infine – soprattutto – Brunel dà l’idea di essersi adattato al clima italiano. Cioè il tirare a campare. Era arrivato nel 2011 con l’idea di avere carta bianca, poi si è accorto che la carta è poca e già pasticciata e si è adattato. Forse ci sbagliamo, ma da fuori l’idea è quella di un professionista che fa il compitino, ma cosciente che più di tanto non si può fare. Un atteggiamento che non motiva i giocatori e il risultato si vede in campo.

I giocatori. Gli assenti hanno sempre ragione. E di assenti, nel tour, ce ne erano tanti. Ma non possono essere una giustificazione, anche se i Parisse, i Castrogiovanni, i Morisi, i Favaro, i Minto o gli Zanni sono imprescindibili in questa Italia. La realtà è che nel Pacifico Brunel ha portato giocatori non all’altezza, per stanchezza, età o limiti tecnici. Cittadini è improponibile quest’anno, è la controfigura del pilone che stava scalzando Castrogiovanni in prima linea solo un anno fa. Bortolami pascola in campo da almeno un paio d’anni e se la riconoscenza per un grande capitano azzurro è imprescindibile, ormai non è più adatto alla nazionale. Barbieri è tornato il giocatore non eccezionale di alcuni anni fa, non è più il ball carrier e il placcatore devastante di uno/due anni fa. Orquera o indovina la giornata incredibile o sparisce dal campo, e la seconda avviene molto più spesso della prima. E non parliamo di Venditti, incapace di tenere in mano un pallone che sia uno, i cui errori hanno bloccato quasi tutti gli attacchi azzurri a Tokyo.
Insomma, la coperta è corta, ma non si può insistere su giocatori fuori forma, scoppiati o oggettivamente scarsi. Mancano alternative esperte? Si scommetta sui giovanissimi, si creino alternative, si scommetta sull’entusiasmo. Perché oggi molti giocatori arrivati in nazionale sembra si sentano arrivati – anche qui nel più classico stile italiano – e non ci mettono cuore, anima e… palle.

Alfredo Gavazzi. Non è il numero 1 della Fir ad andare in campo, quindi non può essere il primo colpevole se si fanno figuracce come quella di Tokyo. Ma il boss bresciano è il capo e, dunque, è lui che deve essere il collante del movimento e dell’alto livello. In questi due anni, invece, le scelte di Gavazzi sono state fatte per spaccare il movimento, per aumentare il distacco tra la base e l’elite, per rafforzare i sentimenti campanilistici. Un dividi et impera che ha puntato sugli orticelli per spaccare tutto. Le insicurezze celtiche trascinate per un anno, la gestione dell’affaire Dogi, l’arroganza nei giorni successivi alle polemiche sul conflitto d’interessi, quando si è fatto vedere nel box di Calvisano sono solo le punte dell’iceberg di una Federazione incapace di risolvere i problemi, ma che ne crea di più. Serviva un repulisti dopo 16 anni di gestione Dondi, invece si è continuato con le stesse facce, gli stessi nomi. E con le stesse politiche di grandeur (vedi il moltiplicarsi folle di Accademie) che poco servono al movimento, ma tanto servono alla politica.

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