Affari italiani: A.A.A. Italrugby cercasi, disperatamente

L’ennesimo ko degli azzurri apre mille interrogativi sul futuro del movimento rugbistico d’alto livello italiano.

E sono 12. Le sconfitte dell’Italrugby negli ultimi 12 mesi, cioè dopo l’ottimo Sei Nazioni che aveva entusiasmato e – forse – illuso. 12 sconfitte, otto consecutive dopo la stentata vittoria contro le Fiji a Cremona, e soprattutto una squadra che in campo sembra senz’anima, senza idee e che appare incapace di ritrovarsi.

Il dito viene puntato contro Jacques Brunel, che sicuramente le sue colpe le ha. Ma non si può trovare un solo colpevole in una situazione che ha tanti genitori. Brunel sembra essersi stufato, sembra fare scelte di comodo, più banali che in passato e non riesce a dare nerbo a una squadra stanca. Le convocazioni tra Sei Nazioni e Test Match non hanno sempre convinto – pur facendo la tara degli infortunati – con alcuni veterani che resistono al loro posto pur arrivando da una stagione di club mediocre e che in campo mostrano tutti i loro limiti dovuti all’età. A ciò si aggiunga che, a un anno dai mondiali, Brunel non ha ancora trovato la quadra per quel che riguarda il XV ideale, con tanti cambi di partita in partita.

Ma la colpa è anche – ovviamente – di chi va in campo. Gli errori infiniti di handling quando si attacca non sono da addebitare né a Brunel né alla Fir, ma sono figli di errori dei giocatori, spesso troppo superficiali nella gestione dell’ovale. La difesa ha ripreso a funzionare, è vero, ma troppo spesso mischia e touche girano a vuoto, la mediana non gestisce e tutta la squadra sembra girare a vuoto, ognuno che corre per sé, senza un’idea di gioco da mettere in pratica. Se, poi, alcuni elementi interessanti vengono lasciati a casa e si insiste su giocatori ormai a fine carriera (ma che, per esempio, conquistano il record di caps ad Apia…), la frittata è servita.

Questo, però, è quello che si vede in campo, ma c’è di più. L’Italrugby è figlia del movimento, rappresenta ciò che succede alle sue spalle. Cioè un movimento spaccato, dove i guai celtici hanno creato confusione negli ultimi 12 mesi, dove le scelte e gli atteggiamenti arroganti di Gavazzi stanno lacerando l’ambiente. Il Sei Nazioni 2013 arrivava con l’onda lunga della vecchia gestione federale, ma da quel momento l’impatto di Gavazzi è diventato più evidente. E da quel momento l’Italia ha perso. Non essendo scaramantici, non pensiamo che il numero 1 Fir porti sfortuna, quindi è la sua gestione a minare le sicurezze e la tranquillità del movimento. Dalla base alla punta.

Ma il malessere azzurro arriva anche da più indietro nel tempo. Negli ultimi 10 anni di mancata programmazione, di incapacità di lavorare per rinnovare, di un’ossatura che anno dopo anno è invecchiata, senza che fossero messe le basi per un ricambio generazionale serio. Certo, i giovani validi ci sono, ma da Berbizier in poi si è continuato a puntare seriamente solo sullo stesso gruppo, bruciando anno dopo anno diversi giovani, buttati nella mischia e fatti fuori al primo errore. La gestione dell’Alto livello è stata fatta in maniera oscena, guardando più alle beghe politiche, alle amicizie, piuttosto che a lavorare assieme per costruire il futuro.

Insomma, i problemi dell’Italia, purtroppo, sono tanti e molteplici. Le soluzioni, dunque, difficili da trovare e uscire da questo tunnel in cui l’Italrugby si è infilato non è facile. Ora arriva il Giappone, un avversario che pochi mesi fa sarebbe stato una semplice formalità, ma che ora è uno spauracchio vero e proprio. Perdere a Tokyo non è accettabile, mentre vincere non cambierebbe il trend negativo, ma darebbe almeno un poco di fiato agli azzurri in vista della prossima stagione. Ma, comunque vada, tornati dal Pacifico l’Italia dovrà fermarsi e pensare. A tutti i livelli. Perché così non si può andare avanti. Né in panchina, né in campo, né dietro le scrivanie. E il rischio di un collasso ovale italiano è dietro l’angolo, perché l’Italrugby non può permettersi di fallire ancora a lungo. Ieri la Scozia ha salvato l’Italia dal cadere ancora più in basso, superata nel ranking anche dal Canada. Le figuracce cumulate sono ormai troppe. Il credito sta per finire e presto l’effetto simpatia svanirà e, a quel punto, anche la foglia di fico dei “70mila dell’Olimpico” appassirà. Servono risultati e servono subito. Se serve cambiare le persone, lo si faccia. E non sto parlando di Brunel.

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