L’altro rugby: il campionato amatoriale per conquistare l’Italia

Nato tre anni fa, il campionato amatoriale ora vede al via ben 22 squadre in quattro regioni. Eppure la Federazione non ha capito l’importanza di questa realtà per la diffusione della palla ovale nel Belpaese.

Non se ne parla molto, è quasi clandestino come certa stampa sotto le dittature, eppure cresce e in pochi anni è diventato adulto. E’ il campionato amatoriale italiano di rugby, un torneo parallelo a quelli ufficiali e riconosciuti dalla Fir, ma un campionato che potrebbe essere il volano per conquistare la Penisola.

Nato nel 2010 dall’iniziativa di pochi “pazzi” tra il Veneto e la Lombardia, in pochi anni è diventata una realtà solida. Per conoscere meglio questa realtà ho fatto una chiacchierata con Lorenzo Tognato, ex presidente dei Torelli Sudati di Padova e uno dei fondatori del “Campionato Amatoriale Rugby Union”.

Lorenzo, come e quando nasce l’idea di creare un torneo amatoriale di rugby?
Noi siamo nati nel 2008, per far allenare e giocare ex rugbisti che avevano smesso, o per permettere a chi non era mai sceso in campo di provare. Abbiamo scoperto che non eravamo gli unici, e nel 2010 è nato il primo campionato a sette squadre. Quest’anno siamo ben 22 squadre divise su quattro regioni. 

Un boom non indifferente. Cosa credi abbia decretato il successo di questa formula?
Come detto, il campionato permette di avvicinarsi o riavvicinarsi al rugby, ma non solo. Ci sono club appena nati che faticano ad avere l’organizzazione e i giocatori per giocare in Serie C e che da noi “si fanno le ossa”. Le regole del campionato vengono create da noi, guardando ai problemi della stagione passata. E’ in tutto e per tutto uguale al rugby dei campionati federali, ma con accorgimenti per coinvolgere tutti.

Accorgimenti, tipo?
Da noi le mischie possono essere sia contest sia no contest, in caso una squadra abbia problemi coi giocatori del pack. Semplicemente, se chiedi la no contest, hai una penalizzazione, ma si può giocare lo stesso. Inoltre la scelta, gestione, del campo da gioco è più libera, permettendo anche a chi fa fatica ad avere un campo sempre disponibile a giocare e, soprattutto, si gioca ogni 2/3 settimane, evitando lo “stress” dell’impegno settimanale, che è impegnativo per i club appena nati. Poi, per garantire equità ed evitare situazioni pericolose, ogni squadra può schierare al massimo 5 tesserati Fir, un’accortezza fatta perché da noi giocano anche ex giocatori di Serie A o, addirittura, Eccellenza.

Come è gestita l’organizzazione?
Fino all’anno scorso era tutto “home made”, cioè gestito integralmente da noi. Ora siamo, però, cresciuti troppo e ora ci appoggiamo a un ente di promozione sportiva. Abbiamo scelto, a maggioranza, l’UISP. 

Come mai non la Fir direttamente?
Bella domanda, sarebbe da chiedere a loro. Diciamo che la Federazione in questi anni ha dimostrato zero interesse verso il rugby amatoriale, anche se – poi – molti dei nostri club dopo un paio d’anni si iscrivono alla Serie C, arrivando lì con una base d’esperienza che eviti di essere dei “dilettanti allo sbaraglio”. Un campionato come il nostro è il giusto ponte per evitare corse in avanti eccessive, che non fanno bene a chi si avvicina al rugby e a chi inizia.

Effettivamente mi vengono in mente tanti (troppi) esempi di club iscritti nei campionati federali in fretta e furia, ma che poi faticano a partecipare regolarmente ai campionati.
Infatti, ti posso fare l’esempio del Trentino Alto Adige. Da quest’anno c’è il girone di Serie C trentino, ma fino all’anno scorso tre dei loro club giocavano con noi. E faticavano, prendevano sonore batoste, ma sono potuti crescere lentamente, giocare e ora sono in Serie C. 

Insomma, il campionato amatoriale di rugby è una realtà sempre più credibile e grande. Una realtà che coinvolge, però, quattro regioni già “ovali”. Pensando, però, a come faticano molti club a emergere – soprattutto nel centrosud dell’Italia -, viene da chiedersi perché non si cerchi di portare questa esperienza in tutta la Penisola. Sicuramente un torneo che permetta a tutti di essere coinvolti, anche se ancora non si hanno i giocatori o le strutture per un campionato federale, aiuterebbe a diffondere il rugby anche nel “far west” di Ovalia.

L’esempio dei Torelli Sudati, ma anche di tutti gli altri club che partecipano al Campionato Amatoriale, è un esempio che può interessare e affascinare tante realtà che faticano a costruire una squadra di rugby, che si ritrovano obbligati a giocare campionati per i quali non sono attrezzati. La speranza è che venendo a conoscenza di questa iniziativa anche in altre parti d’Italia ci sia chi sfrutterà l’esperienza di questa realtà per creare un movimento amatoriale che diffonda il rugby.

Affiancare ai campionato “normali” una serie di tornei amatoriali è, o meglio sarebbe, un volano importantissimo per diffondere il rugby e per aiutare quelle società che, con il boom della palla ovale, stanno nascendo un po’ ovunque. E, ancora una volta, è folle vedere come chi dovrebbe diffondere il rugby in Italia, cioè la Federazione Italiana Rugby, sia miope – se non cieca – di fronte a questa realtà viva e in crescita. Bah.

Photo credits by Torelli Sudati

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