Femminicidio e pubblicità: Gender Gap, violenza contro le donne e società ‘civile’

L’Italia è all’80mo posto nella classifica sul Gender Gap, e nel report WAVE si denuncia “la persistenza di atteggiamenti socio-culturali che condonano la violenza domestica”

Da quando abbiamo pubblicato questo post, si sono verificati in Italia almeno altri due casi eclatanti di violenza contro le donne (qui e qui). Per lo meno, ribadiamo, quelli così gravi da riuscire a finire sui principali media (di quanti ancora non si parla?).

Prima di tutto, una precisazione: non si sostiene che la pubblicità provochi direttamente la violenza contro le donne. Su Micromega Barbara Befani sottolineava un concetto molto interessante, ripreso da Fabio Sabatini su IlFattoQuotidiano:

La donna viene ammazzata in quanto donna: perché l’uomo ha delle aspettative precise sul ruolo della donna che la donna disattende. L’uomo si sente autorizzato a perpetrare violenza perché pensa che la donna non stia rispettando una serie di doveri che lui si aspetta da lei. L’uomo vede la donna come una erogatrice di servizi e nel momento in cui lei smette di erogare questi servizi scatta la violenza come una forma di punizione

Sabatini, e non solo lui, è stato attaccato dal fronte ‘io servo la mia famiglia con orgoglio e così ha fatto mia madre/nonna ecc’, perchè sostiene, sull’immagine della donna in pubblicità, che:

I servizi che la donna deve erogare ce li suggerisce puntualmente la pubblicità di Barilla: riproduzione, sesso, lavori domestici, assistenza personale

Ipotesi troppo cruda? Forse sì, estrema anche, ma non improbabile.

Al di là della libera scelta di vita del/la singolo/a, si torna a chiede con forza nel mondo della pubblicità modelli alternativi, che rispettino tutti gli universi possibili. E che la pubblicità non debba più parlare soltanto alla fascia più ‘comune’, quella in cui la maggior parte dei consumatori si identifica. Fin troppo facile.

La pubblicità ovviamente non ha tutta la responsabilità, ma di sicuro contribuisce al rafforzamento di determinati schemi sociali. Boldrini ha provato a mettere l’accento sulla questione, ed è stata ricoperta di insulti, in gran parte legati al suo stipendio e al suo presunto stile di vita (“lei avrà la colf” e similari). Accuse rivolte da uomini e da donne. E questo è sintomatico.

Una cosa è certa. Qualcosa in Italia non va.

L’Italia, nel 2012, era all’80mo posto nella classifica del Gender Gap, classifica stilata dal World Economic Forum, su un totale di 135 Paesi. Ai primi posti ci sono i Paesi del Nord Europa (Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia), seguiti dall’Irlanda. Per compilare questa classifica viene valutata l’abilità dei Paesi nel ridurre la differenza di genere in quattro ambiti: salute, educazione, partecipazione politica e uguaglianza economica.

Ci sono lenti(ssimi) progressi a livello mondiale sulla questione, e purtroppo ci sono ancora moltissimi problemi ancora da risolvere (interessante il contributo di Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale), ma l’Italia è comunque messa molto male anche da un altro punto di vista.

I dati in questo caso sono relativi al 2011, ma la situazione non sembra comunque migliorata da allora: nel report del network WAVE (Woman Against Violence Europe) relativo al nostro Paese si lamenta un aspetto in particolare, insieme alla carenza di strutture per accogliere le donne vittime di violenza (in Italia ci sono solo 500 posti in 54 strutture, ne servirebbero circa 6mila):

si segnala l’alta prevalenza di violenza contro le donne e le ragazze, e la persistenza di atteggiamenti socio-culturali che condonano la violenza domestica

Si torna quindi al punto di partenza. I modelli, gli schemi sociali. La famiglia in primis ha una grande responsabilità ma non solo, anche perchè non sempre la famiglia, o la scuola, riescono ad arrivare e a educare fuori stereotipo. I media hanno una grossa responsabilità, così come, conseguentemente, la pubblicità.

In Italia si parla ancora di ‘omicidi passionali’, quindi legati alla passione, come se ci fossero diverse declinazioni dell’amore.

A questo proposito, a Milano la Caritas ha lanciato un progetto, “Non è amore”, proprio per cercare di sensibilizzare su quei comportamenti ‘campanello d’allarme’, che spesso, abbiamo visto ampiamente sulle cronache, possono nascondere ben altro.

Quei casi che si fanno passare sottogamba, ovvero

“Dove/con chi sei stata”
“Non voglio che ti incontri con la tua famiglia, con le tue amiche”
“Sei tu che mi fai innervosire”
“Quando sono nervoso devi stare zitta”
“Vuoi lavorare e poi la casa fa schifo e come madre fai pena!”
“Non voglio che lavori, basto io”
“Decido io come si usano i soldi”

Quei casi in cui, insomma, l’amore, la passione o la gelosia non c’entrano proprio niente.

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