Decreto sul femminicidio: il Governo approva, ma resta qualche dubbio

Nonostante l’importanza delle norme introdotte qualche dubbio su alcuni punti ancora scoperti resta

Il premier Enrico Letta questa mattina ha espresso grande soddisfazione per il decreto contro il femminicidio, varato dal Consiglio dei Ministri: “C’era bisogno nel nostro Paese di dare un segno fortissimo, ma anche un cambiamento radicale sul tema. Sono molto orgoglioso che il nostro governo abbia deciso questo intervento. Un provvedimento che deve dare un chiarissimo segnale di contrasto e di lotta senza quartiere al fenomeno del femminicidio”.

Peccato che l’approvazione caschi proprio in questo periodo (oggi è l’8 agosto), smorzando ogni possibilità di dibattito sulla questione.

Sì perchè pur riconoscendo l’importanza di queste “disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”, qualche dubbio resta.

Non soltanto per il discutibile inserimento della norma contro gli attivisti Tav – non si capisce cosa c’entrino con il resto del decreto, quasi che la ‘pericolosità’ dei manifestanti venga assimilata a quella di chi si macchia di violenza domestica -, ma anche per qualche perplessità di fondo.

Il decreto prevede più poteri per così dire ‘preventivi’: le forze dell’ordine possono cacciare di casa il marito violento “se c’è un rischio per l’integrità fisica della donna”, è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza per delitti di maltrattamento familiare e stalking, l’inasprimenti di pena per la violenza sessuale su una donna in stato di gravidanza, oppure nei confronti del coniuge o del compagno, per le violenze commesse davanti ai minori, la concessione del permesso di soggiorno alle vittime straniere di violenze, il gratuito patrocinio in caso di processo e lo stalking via telefonate ed sms molesti considerato come aggravante.

Ma dopo?

Cosa succede una volta sbattuto fuori di casa il marito violento? Si è visto spesso in numerosi fatti di cronaca che questi provvedimenti, così come le ordinanze restrittive – già attuabili -, spesso non sono efficaci e purtroppo sfociano nella peggiore delle ipotesi.

Inoltre non c’è nulla sul reinserimento sociale delle vittime di violenza: molte donne ad esempio non denunciano non soltanto perchè succubi del partner, ma anche per timori legati al proprio futuro, e a quello dei figli. La denuncia ‘irrevocabile’, prevista dal decreto, potrebbe ottenere quindi l’effetto opposto, senza contare che non sono stati previsti – ad esempio – fondi per i centri antiviolenza o le case di accoglienza, che dovrebbero aiutare le donne a uscire dal loro incubo quotidiano ma che versano in difficili condizioni da tempo (nel decreto si parla solo di un vago ‘potenziamento’).

Manca poi un aspetto fondamentale: in molti casi di cronaca chi si è macchiato di femminicidio dopo pochi anni è fuori dal carcere, grazie a indulti, sconti di pena e simili. Con i genitori delle donne uccise e gli assassini ancora una volta faccia a faccia. Con un dolore che si rinnova continuamente.

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