Trapani, mafia: i tentacoli di Messina Denaro sul porto

Per l’accusa il gruppo imprenditoriale Morici si sarebbe messo d’accordo con Cosa Nostra per aggiudicarsi l’appalto da 46 milioni per la America’s Cup del 2005.

I tentacoli della primula rossa di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, latitante da 20 anni, sul porto di Trapani. Questa mattina polizia e guardia di finanza hanno apposto i sigilli a una parte dell’area portuale e hanno sequestrato sei società riconducibili agli imprenditori Francesco e Vincenzo Morici, padre e figlio, che gli inquirenti ritengono essere legati al boss trapanese Messina Denaro.

I beni posti sotto sequestro ammontano a più di 30 milioni di euro. Oltre alle società – che per sei mesi, saranno sottoposte ad amministrazione giudiziaria e a sospensione degli organi amministrativi – ci sono 142 immobili, 37 beni mobili registrati, 36 tra conti correnti e rapporti bancari, 9 partecipazioni societarie. I provvedimenti di sequestro sono stati eseguiti a Trapani, ma anche a Roma, Milano, Gorizia e Pordenone.

Per gli inquirenti:

“il potere di infiltrazione dei Morici, nella gestione delle opere pubbliche, emerge anche dalle acquisizioni investigative relative alla frode nelle pubbliche forniture per l’appalto di riqualificazione della litoranea Nord di Trapani”.

Oggetto dell’inchiesta l’appalto da 46 milioni di euro assegnato nel 2005 in occasione della regata America’s Cup per la ristrutturazione del porto di Trapani. Le indagini sono partite da un’altra inchiesta, quella a carico di Antonio D’Alì, trapanese di 64 anni, senatore del Pdl ed ex presidente della provincia di Trapani, attualmente a processo per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo gli investigatori il gruppo imprenditoriale Morici si sarebbe messo d’accordo con Cosa nostra per aggiudicarsi l’appalto, così come si evincerebbe da intercettazioni di dialoghi tra i diversi indagati, da cui emergerebbero intese anche con il presunto boss di Trapani. I successivi lavori nel porto tra l’altro sarebbero stati svolti, almeno in parte, in modo irregolare per risparmiare tempo e soprattutto denaro. Gli uomini della polizia hanno filmato le violazioni del capitolato d’appalto nell’esecuzione dell’opera.

E meno di una settimana fa la Dia aveva eseguito la più consistente confisca mai realizzata in Italia, per la cifra record di un miliardo e trecento milioni. Beni riconducibili a un imprenditore di Alcamo, conosciuto come il re dell’eolico, ma considerato dagli inquirenti un prestanome di Messina Denaro.

Foto © TM News

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