Rugby a Milano: Vigorelli, i Beni culturali frenano il progetto, nella più italiota tradizione

Il Ministero mette in dubbio il progetto per far rinascere il velodromo milanese, preferendo i ricordi sempre più diroccati a una struttura funzionale e che potrebbe portare il grande rugby a Milano.

Meglio una cattedrale (che cade a pezzi) nel deserto, o un impianto funzionale e funzionante? Meglio una reliquia del passato – inutilizzabile e inutilizzata – o un moderno gioiello da mettere a disposizione dei cittadini? All’estero la domanda sarebbe retorica, in Italia – invece – no.

Abbiamo presentato alcune settimane fa il progetto del Comune di Milano per ridar vita al Velodromo Vigorelli, palazzetto sottoutilizzato, che da anni non viene più usato per il suo scopo primario – il ciclismo. Perché? Semplice, perché la pista di ciclismo del Vigorelli, oltre a essere rovinata, non ha le dimensioni necessarie per poter venir utilizzata in gare internazionali. Insomma, non serve a un bel niente.

Il nuovo Vigorelli, che dovrebbe venir inaugurato nel 2016, invece avrà una pista ciclistica omologata (e smontabile), oltre a un campo da gioco adatto per diversi sport, tra i quali il rugby. E, infatti, potrebbe diventare la casa delle Zebre, che si sposterebbero nella metropoli meneghina, come auspicato dal presidente federale Gavazzi.

Dovrebbero, perché quando c’è in ballo la modernità e la logica ecco che arrivano i problemi. Da un lato le associazioni ciclistiche, che gridano allo scandalo perché si tocca il loro Vigorelli, dall’altro il Ministero dei Beni Culturali, che mette in dubbio la fattibilità del progetto. Per gli stessi, assurdi, motivi. “Il progetto per il recupero del Velodromo Vigorelli, vincitore del concorso bandito dal Comune di Milano in data 8 ottobre 2012 presenta alcuni punti di contrasto con le linee di indirizzo fornite dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Milano, finalizzate a coniugare la trasformazione dell’impianto nel rispetto dei suoi caratteri storici, in quanto prevede: la completa demolizione della pista storica e quindi elemento essenziale per la permanenza dei valori storico-documentali rappresentati dall’edificio; la sostituzione di parti consistenti dei corpi che ospitano le tribune, gli spogliatoi e gli altri locali accessori” si legge in una nota del Ministero.

Insomma, all’estero abbattono Lansdowne Road (costruito nel 1872) o Wembley (1923) per costruire sulle loro macerie stadi moderni, funzionali, che sappiano coniugare lo sport con le necessità di marketing e merchandising che il professionismo richiede, oltre a diventare punti d’aggregazione per i cittadini. In Italia, invece, qualche burocrate ottuso – o qualche fanatico autoerotomane – si oppone a far rinascere il Vigorelli (1935), velodromo abbandonato a se stesso da anni. E i milanesi, e non solo, ringraziano.

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