Berlusconi, Monti, Bersani&Renzi, riformisti o conservatori?

A un mese tondo tondo dall’apertura delle urne delle elezioni politiche del 24-25 febbraio il leit motiv dei leader dei vari schieramenti è una parolina magica: “riformisti”, o “riformatori”, che dir si voglia. Tutti, in testa Berlusconi, Bersani, Monti promettono di voler modificare ciò che c’è, di cambiare l’esistente, di fare riforme. Il primo ha

A un mese tondo tondo dall’apertura delle urne delle elezioni politiche del 24-25 febbraio il leit motiv dei leader dei vari schieramenti è una parolina magica: “riformisti”, o “riformatori”, che dir si voglia. Tutti, in testa Berlusconi, Bersani, Monti promettono di voler modificare ciò che c’è, di cambiare l’esistente, di fare riforme. Il primo ha governato e/o inciso sui governi del Paese per gli ultimi 20 anni, il secondo ha avuto un ruolo politico e istituzionale rilevante, il terzo, pur più defilato politicamente, è stato l’ultimo premier, proprio con l’appoggio determinante dei partiti dei primi due leader.

A che gioco giocano lorsignori? Davvero in questi ultimi 20 anni di seconda Repubblica erano tutti all’opposizione? Dopo lo tsunami di Tangentopoli e di Mani Pulite che ha travolto la prima Repubblica e dopo il tracollo del comunismo mondiale con lo sfarinamento delle sinistre, i “rivoluzionari” si sono accucciati e i “conservatori” hanno preso la loro … parte.

Come scrive Mimmo Carrieri su Rassegna.it: “ Qui si vede un rivolgimento di fondo del gioco politico, avviato più di un trentennio fa dalla signora Thatcher. Essa ebbe l’indubbio colpo d’ingegno di sostituire alla tradizionale dialettica conservatori-progressisti, che aveva dominato il dopoguerra, un paradigma opposto. Nel quale si candidava a essere il vero fattore di cambiamento, contro il cambiamento generalmente proposto dalla sinistra: anzi, a impugnare la bandiera del cambiamento contro le resistenze laburiste (e soprattutto dei “cattivi” sindacati). In effetti, la cosiddetta lady di ferro fu autrice di un capolavoro, che fece dimenticare ai più di essere la leader del partito conservatore. E ci fu non casualmente chi coniò a proposito delle sue politiche la definizione di rivoluzione neo-conservatrice”.

Ecco perché oggi il più solerte nell’emulare la signora di ferro inglese è proprio il centrista-terzopolista Mario Monti (che non vuole essere etichettato quale “moderato” ma “riformista”), che attacca a muso duro Fiom, Cgil, pezzi del Pd e del Pdl, Sel ecc accusandoli di aver impedito di procedere con le riforme e di avere bloccato le liberalizzazioni.

Il gioco è oramai chiaro (e sporco): la destra o i (veri) moderati – con il placet o il dictait dei poteri forti europei e mondiali – si sostituiscono alla sinistra storica in crisi agendo con strategie aggressive e cercando di accreditarsi come i veri innovatori. Il risultato? Ridimensionamento della piena occupazione e del perimetro del welfare, ridimensionamento dello spazio dell’intervento pubblico, imbrigliamento dei disturbatori, fine della concertazione con stritolamento dei sindacati come Cgil. A pagare la crisi non sono quelli che l’hanno generata (figli di un modello di sviluppo esasperatamente liberal-conservatore), bensì le classi meno abbienti e i ceti medi, piccoli imprenditori falcidiati. E’ così che a dettar legge è il cosiddetto “mercato” e a subire è il cosiddetto mondo dei “consumatori-cittadini”, buggerati due volte: devono stringere la cinta e ridurre consumi e regime di vita, devono dire addio a conquiste e diritti.

E’ la globalizzazione, bellezza! Sì, quella a senso unico, con i soliti beati e i soliti fregati. Così oggi otto milioni di italiani vivono con meno di mille euro al mese. L’ascensore sociale è tornato indietro di 27 anni. Applausi. Anche per Bersani&Renzi.