Suicidio in metropolitana a Milano: la frenesia della città e la pietà dimenticata

Il suicidio di un ragazzo di 26 anni in metropolitana. Ma la città va di fretta…

Milano. Giovedì mattina. Metrò bloccata: prevedibili disagi e caos nelle fermate. L’altoparlante pronuncia una parola che in altri contesti susciterebbe un giusto sussulto: “Suicidio”.

Eppure, nell’ora di punta, a Milano, dove tutti vanno talmente di fretta da non guardare neanche in faccia il proprio vicino, nessuno sussulta di fronte a una rinuncia di vita.

Perchè sono già le 9.00, e io devo andare in ufficio, e il capo poi chi lo sente, e me li ridate voi i minuti di ritardo, e ma quel pazzo perchè si è suicidato proprio adesso? Perchè non si è appeso ad un cappio così non disturbava nessuno?

Sono frasi che nessuno pronuncia quando due trentenni, apparentemente di successo, si calano un sacchetto di plastica in testa collegato a una bombola di gas.

Sono frasi che invece troppi pronunciano invece quando qualcuno decide di lanciare il suo ultimo grido contro il mondo davanti a tutti e in modo plateale. Come a dire ‘non mi avete ascoltato fino adesso quando avevo bisogno di voi’.

Ah ma io quelle cose non le penso mica davvero, ma perchè intasare tutto? Come faccio ad andare in ufficio adesso? Tanto non c’era più nulla da fare, ma quanto ci vuole?

Nessuno si chiede chi era quel ‘ragazzo di 26 anni’. Come si chiamava. Se lavorava. Se magari aveva perso il lavoro. O non riusciva a trovarlo. O veniva sottopagato e sfruttato. O ha scoperto di essere malato. Chissà se aveva una famiglia. Se aveva qualcuno con cui poteva confidarsi.

O semplicemente, non ci chiediamo più perchè a 26 anni una persona ha ritenuto senza senso la sua esistenza terrena. Proprio oggi, un giovedì qualunque.