Come votano gli altri: il sistema elettorale spagnolo

Come votano in Spagna

di guido

Continuiamo il viaggio tra i sistemi elettorali nel mondo. Dopo aver visto come funziona il voto in Germania, passiamo alla Spagna, dove la legge elettorale è in vigore dal 1979, ossia dall’anno in cui il paese è tornato alla democrazia dopo la dittatura franchista. La Spagna è una monarchia costituzionale, con un re (Juan Carlos) che ha ruolo di rappresentanza e di garanzia. Il potere esecutivo è nelle mani del Primo ministro, eletto dal Parlamento (Cortes Generales). Quest’ultimo è suddiviso in due rami, Camera e Senato, che si rinnovano ogni 4 anni e hanno sistemi di elezione diversi.

Il Senato consta di 259 membri, 208 dei quali sono eletti direttamente dalle province: in ogni provincia i partiti indicano tre candidati e gli elettori votano sulla scheda direttamente i nomi. Le province peninsulari eleggono 4 senatori (3 per il partito di maggioranza, 1 per il secondo), mentre le province insulari 2 o 3. Gli altri 58 senatori vengono eletti dalle comunità autonome ma indirettamente. La Camera invece adotta un sistema differente, un proporzionale che in tempi recenti è stato indicato anche da diversi politici di casa nostra come il possibile modello per una riforma elettorale italiana. Vediamo come funziona.

La Camera è composta da 350 deputati, e il paese viene diviso in 52 circoscrizioni, alcune molto piccole, in cui l’elettore vota il partito e i seggi vengono poi allocati in maniera proporzionale alla popolazione. Esiste una soglia di sbarramento al 3%, ma di fatto diventa molto più alta nelle circoscrizioni più piccole, dove il basso numero di seggi assegnati fa sì che abbiano chance di entrare in Parlamento solo i partiti che superano il 20 o 30%, con ovvio vantaggio per le due formazioni maggiori (PP e PSOE) o per i partiti con forte radicamento territoriale. Non a caso anche la Lega Nord in Italia aveva sponsorizzato questo sistema, che spesso garantisce una sovrarappresentazione per le formazioni regionali.

Oltre alla soglia di sbarramento, un altro vantaggio per i partiti maggiori viene dato dal sistema di ripartizione dei seggi, che segue il cosiddetto Metodo D’Hondt, che peraltro veniva usato nelle provinciali italiane e nel Mattarellum per eleggere i senatori. Con questo sistema, in ogni collegio i voti validi ottenuti da ciascun partito vengono divisi per numeri progressivi crescenti fino a coprire i seggi disponibili: a questo punto viene stilata una tabella da cui si selezionano i numeri più alti, che corrispondono ai deputati eletti per ciascun partito. Questo sistema, rispetto ad altri di ripartizione proporzionale, avvantaggia i grandi partiti e riduce la frammentazione.

In sintesi, quindi, si tratta di un proporzionale puro che però garantisce un sostanziale bipolarismo e permette la formazione di maggioranze stabili (grazie a un sostanziale premio di maggioranza “implicito”) riducendo sia la frammentazione, sia la necessità di ricorrere a grandi coalizioni.

Foto © Getty Images

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