Freedom Act: cos’è e come funziona

Trasparenza per politici e Pubblica Amministrazione

di guido

Uno degli ultimi provvedimenti del governo Monti è il “Freedom Act”, approvato ieri in un Consiglio dei ministri che, tra le altre cose, ha accertato l’impossibilità tecnica di permettere agli studenti Erasmus di votare alle prossime elezioni. Con questa norma, che fa parte del decreto legislativo che applica le disposizioni della legge anticorruzione, si stabilisce l’obbligo di pubblicità e trasparenza per i patrimoni dei politici, gli stipendi e gli incarichi nella Pubblica Amministrazione. Una norma che non è piaciuta a molti degli interessati, tanto da dover essere limata fino all’ultimo, e che per entrare in vigore deve ancora aspettare il via libera del Garante della privacy.

In sintesi, prevede che dovranno essere resi pubblici obbligatoriamente i patrimoni dei politici e dei parenti fino al secondo grado; allo stesso modo dovranno essere pubblicati on-line tutti i dettagli sui procedimenti di approvazione dei piani regolatori e di nomina dei direttori generali. Su ogni sito della PA dovrà essere istituita una sezione “Amministrazione trasparente” in cui pubblicare tutte queste informazioni, assieme ai curricula e agli stipendi del personale dirigenziale. Il cittadino potrà chiedere la pubblicazione di tutti quei dati non coperti da riservatezza che per qualsiasi motivo non siano ancora stati resi disponibili.

Inoltre non potranno essere erogati gli stipendi della PA se non opportunamente pubblicizzati on-line, e lo stesso vale per le gare d’appalto. Il ministro della Pubblica Amministrazione Filippo Patroni Griffi si è rifatto ai Freedom of Information Act statunitensi per evitare il ripetersi di casi come quelli che hanno travolto le amministrazioni regionali di Lazio e Lombardia, oltre che i casi di corruzione a vario livello nella PA.

Ma, come detto, prima che le norme siano operative occorre l’ok del garante per la privacy e della Conferenza Stato-Regioni. E il governo, stando alle indiscrezioni, ha dovuto già fare un primo passo indietro sotto la spinta dei dirigenti statali che avevano annunciato ricorsi in massa. Inizialmente infatti il Freedom Act prevedeva che i titolari di incarichi dirigenziali nella PA dovessero rendere pubblici “i dati concernenti i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri, le azioni di società, le quote di partecipazione a società e l’ultima dichiarazione dei redditi”. Una misura superiore persino a quella stabilita per i parlamentari, ma anche per altri funzionari pubblici come i magistrati. Una disparità di trattamento che ha spinto il governo a stralciare all’ultimo momento l’articolo.

Foto © Getty Images

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