‘Ndrangheta: arrestato a Cutro Fabrizio Arena, latitante dal 2009

Fabrizio Arena, 30 anni, figlio dell’ex boss di Isola Capo Rizzuto Carmine, ucciso in un agguato nel 2004, è stato arrestato alle prime luci dell’alba dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone e dello Squadrone cacciatori di Vibo Valentia. Latitante dal 2009, Arena è destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per omicidi, tentati omicidi,

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Fabrizio Arena, 30 anni, figlio dell’ex boss di Isola Capo Rizzuto Carmine, ucciso in un agguato nel 2004, è stato arrestato alle prime luci dell’alba dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone e dello Squadrone cacciatori di Vibo Valentia. Latitante dal 2009, Arena è destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per omicidi, tentati omicidi, droga e armi.

È stato sopreso nel sonno in un appartamento al piano terra di una palazzina nella frazione Steccato di Cutro. Arena era da solo ed aveva con sé un documento d’ identità falso. Reggio Tv scrive che il 30enne, ritenuto l’attuale reggente della cosca, ad aprile 2008 era presente a una cena in un ristorante di Crotone dove Nicola Di Girolamo festeggiava la sua elezione in parlamento. Suo padre, Carmine, venne assassinato a colpi di bazooka nel 2004 a Crotone.

Armi da guerra nella battaglia fra le cosche calabresi della ‘ndrangheta. Ieri, per uccidere il boss di Crotone, Carmine Arena, 45 anni, che girava con l’auto blindata, i suoi nemici hanno usato addirittura un bazooka. Tre i razzi per bucare la carrozzeria della Lancia Thema; il resto lo hanno fatto i kalashnikov. Solo ferito, anche se gravemente, Giuseppe Arena, 38 anni, cugino di Carmine che era con lui nell’auto attaccata. Durante la notte, i carabinieri hanno trovato sul luogo dell’agguato i “codoli”, cioé le “alette” terminali dei proiettili del lanciamissili. E’ stato così possibile appurare che l’arma usata è di fabbricazione europea, quasi certamente viene da un paese dell’Est.

Dietro l’omicidio la guerra di mafia nel Crotonese…

L’omicidio di Carmine Arena sarebbe riconducibile agli scontri tra le cosche del crotonese che si contendono le attività illecite. L’agguato, secondo gli investigatori, è stato compiuto da un gruppo composto almeno da quattro persone che hanno atteso su una collinetta prospiciente l’abitazione di Arena l’arrivo dell’automobile blindata con i due uomini a bordo. (Archivio La Repubblica).

E a marzo 2010 a Crotone è stato arrestato uno dei presunti killer di Carmine Arena, Pasquale Manfredi. Era tra i cento latitanti più pericolosi d’Italia. Ecco cosa scriveva Milano Mafia qualche mese fa, a proposito delle armi usate in quell’agguato e della loro provenienza…

Più di ogni altra descrizione, di ogni inutile e macabro aggettivo, ci sono le parole usate dai poliziotti nella loro relazione di servizio.Si parla dell’omicidio di Carmine Arena, del super boss Carmine Arena. Sono le 19,45 del 2 ottobre 2004, Arena, classe 1959,  è in auto con Giuseppe Arena, classe 1966, che dopo la sua morte prenderà il comando della cosca. 

Ecco cosa scrivono i poliziotti: “Le due vittime,  Carmine Arena – ucciso – e Giuseppe Arena cl. 66 – rimasto solo ferito – si trovavano a bordo del veicolo tipo Lancia Thema di colore nero, tg. BH 318 BS, blindato, fermo davanti al cancello ad apertura automatica, dell’ingresso all’interno dell’area, sita in località Pillinzi di Isola Capo Rizzuto, ove si trovano diverse abitazioni di componenti della famiglia Arena, tra cui quella della vittima. L’agguato mortale veniva compiuto con 5 diverse armi da fuoco: un lanciarazzi RBR M80 calibro 64 mm, dal quale è stato esploso il razzo anticarro che ha perforato il veicolo; due fucili d’assalto a funzionamento automatico, cal. 7,62 x 39 mm, tipo kalashnikov;  un fucile d’assalto a funzionamento automatico, cal. 7,62 x 54 R mm, tipo kalashnikov serie PK; un fucile a funzionamento semiautomatico, marca benelli mod. 123 SL 80, cal. 12.

Queste armi, compreso il lanciarazzi, secondo gli inquirenti della squadra Mobile di Crotone arrivavano dalla Lombardia. E quasi certamente dall’hinterland di Milano. Lo scrive nero su bianco il gip Assunta Maiore, nell’ordinanza di custodia cautelare (che MilanoMafia.com mette a disposizione nella sezione Documenti): “Diversi elementi fanno ritenere che l’arma sia giunta dalla Lombardia, non ultimo, il fatto che a Buccinasco, provincia di Milano, all’incirca un mese prima dell’agguato, siano stati rinvenuti due Bazooka della stessa tipologia di quello usato per l’omicidio in esame, oltre alla circostanza che dall’esame dei capi relativi alle armi, emerge che gli accoliti che risiedono a Pavia sono solerti nel reperire armi da trasferire ai sodali di Isola”. (…) Scrive ancora il gip: “Già nel 2001, il testimone di giustizia Giuseppe La Porta, aveva riferito che vi era, da parte del gruppo Nicoscia, il progetto di uccidere Carmine Arena, usando un bazooka proveniente da Milano, in quanto ritenuto responsabile dell’omicidio di Rosario Capicchiano”. 

Ad aprile dell’anno scorso l’operazione Ghibli aveva portato alla luce gli investimenti della cosca Arena in Emilia-Romagna. Da Il Quotidiano della Calabria:

Le indagini, dirette dalla Dda di Catanzaro, sono partite dall’omicidio del boss Carmine Arena, ucciso nell’ottobre del 2004 con un bazooka, la cui morte provocò la reazione immediata della cosca Arena. Poco meno di due mesi dopo infatti, l’11 dicembre, venne assassinato Pasquale Nicoscia, affiliato alla cosca rivale di quella degli Arena. (…) Cinque anni di indagini nel corso dei quali il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, titolare dell’inchiesta, Sandro Dolce, ha presentato due distinte richieste di misure cautelari concesse dal gip distrettuale. Una risalente al 2007, ed un’altra al febbraio scorso.

In entrambe viene ricostruita la guerra di ‘ndrangheta nel crotonese tra i «Dragone-Arena» ed i «Grande Aracri-Nicoscia», ed anche i nuovi assetti fra i gruppi criminali della zona, nonchè l’omicidio di Pasquale Nicoscia ed il tentato omicidio di Domenico Bevilacqua, più noto come «Toro seduto».

«In tutta la prima tranche dell’inchiesta si è puntato sui tradizionali metodi di indagine – hanno detto i magistrati ieri in conferenza stampa -, soprattutto sull’indispensabile attività di intercettazione, rispetto a cui una particolarità l’abbiamo riscontrata nel fatto che molti cellulari “coperti”, cioè intestati a persone diverse da quelle che li utilizzavano con 10 o 12 schede differenti, facevano capo a soggetti dell’est europeo. Ora dobbiamo accertare se erano soggetti inconsapevolmente sfruttati o meno».

Foto | Il Quotidiano della Calabria

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