Intervista esclusiva: Orazio Arancio “Ecco il mio progetto per il seven olimpico”

Il responsabile del rugby a sette parla di quel che è mancato nel passato e quali sono le speranze per il futuro.

E’ uno dei peccati originali del rugby italiano. Il mancato sviluppo della sua versione seven, cioè quella che tra tre anni farà il suo esordio alle Olimpiadi di Rio 2016. In Italia il rugby a sette non ha un torneo, non ha un progetto a medio termine e, a livello di nazionale, ha avuto risultati mediocri.

Responsabile del rugby seven in Italia è Orazio Arancio, ex consigliere federale ed ex giocatore di Treviso e Milano (tra le altre), che con il cambio di presidenza ha trovato in Alfredo Gavazzi un orecchio attento alle istanze del rugby olimpico. Me lo aveva già detto lo stesso presidente federale nel pranzo con i giornalisti di settimana scorsa “Sto lavorando con Arancio per un progetto che rilanci il seven in Italia”, me lo conferma lo stesso Orazio in un’intervista ricca di progetti e speranze.

Orazio, il rugby seven fatica a trovare spazio in Italia. Qual è lo stato dell’arte?
“Sto cercando di costruire con i club un rapporto diretto per creare entro due anni un circuito di rugby seven in Italia. Con il presidente Gavazzi ho buoni rapporti e c’è la volontà di crescere con un progetto strutturato sul rugby a sette, finalmente”.

Cosa è mancato negli anni passati?
“Oggi è nata la Commissione seven, dopo anni che si lavorava senza un vero obiettivo futuro. Non era facile lavorare senza un gruppo di lavoro. La differenza con Spagna, Portogallo, Russia è la possibilità di allenarsi, di avere i giocatori, non la qualità di questi. Se si lavora bene, con i tempi giusti, anche i risultati arrivano”.

Tu conosci la situazione meglio di tutti. Quali sono le tue proposte per recuperare il terreno perduto?
“Quello che è fondamentale è creare una cultura di rugby a sette, farlo conoscere e giocare. Far entrare il seven nell’Università, per farlo conoscere a una platea molto più ampia. Creare, poi, un circuito nazionale, con diverse tappe, ma costruito in modo strutturato, non a spot. Dev’essere un progetto su più anni, non serve un evento un anno e poi basta. L’idea migliore sarebbe creare delle selezioni territoriali, dove raccogliere i migliori elementi dei club, che spesso non hanno i numeri per offrire una squadra di seven competitiva”.

E poi?
“Andare nelle Accademie federali per fare una volta a settimana allenamenti di rugby a sette. Si sta creando anche la struttura dei tecnici che girerebbero le Accademie per far conoscere e insegnare il rugby seven, così da avere un’altra alternativa quando escono a 20 anni. Creando anche qui un torneo interaccademie a seven e non solo a XV”.

La nazionale fatica nel circuito europeo e le World Series sono un miraggio. Cosa deve cambiare a livello azzurro?
“Anche qui la parola chiave è progettualità. In passato abbiamo sbagliato e ho accettato le critiche, giuste. Però c’erano anche dei limiti oggettivi, senza giocatori a disposizione sull’arco di una stagione è dura competere. Basti pensare al Kenia: la prima volta che l’incontrammo vincemmo di 30 punti, poi vincemmo a fatica e, pochi anni dopo, perdemmo nettamente. Loro avevano investito sul seven, noi no”.

Progettualità che significa?
“L’idea è quella di identificare a inizio stagione un gruppo di 20 giocatori per cui le società d’appartenenza ricevono un “rimborso”, in modo di averli a disposizione nei tornei internazionali e per degli allenamenti specifici, nel club, per il seven. Questo per ora, ma in prospettiva la speranza è di rientrare nelle World Series, e a quel punto cambierebbe anche la situazione e la progettualità nei confronti degli atleti. L’importante, adesso, è la collaborazione con i club e creare un gruppo che abbia una preparazione specifica e continuativa per poter partecipare in maniera credibile ai tornei continentali e lottare per accedere al torneo di promozione alle World Series e, magari, a quello olimpico”.

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