Dl Sicurezza: Consulta dichiara illegittima l’esclusione dei richiedenti asilo dall’anagrafe

Per i giudici la norma in questione crea più confusione che reale capacità di controllo. Salvini incassa un altro colpo

Secondo la Corte costituzionale escludere i richiedenti asilo dall’iscrizione all’anagrafe, come stabilito dal primo decreto Sicurezza del governo gialloverde, è discriminatorio oltreché irragionevole.

La Consulta dichiara illegittimo l’articolo 13 del decreto, cavallo di battaglia dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che dopo il sì al processo a suo carico per il caso Open Arms da parte del Senato, ieri, incassa oggi un altro colpo.

Per i giudici la norma in questione, risalente al 2018, crea più confusione che controllo e quindi reale sicurezza: “L’esclusione dei richiedenti asilo dall’iscrizione anagrafica, invece di aumentare il livello di sicurezza pubblica, finisce con il limitare le capacità di controllo e di monitoraggio dell’autorità pubblica su persone che soggiornano regolarmente nel territorio statale, anche per lungo tempo, in attesa della decisione sulla loro richiesta di asilo”.

Come se non bastasse: “Negare l’iscrizione all’anagrafe a chi dimora abitualmente in Italia significa trattare in modo differenziato e indubbiamente peggiorativo, senza una ragionevole giustificazione, una particolare categoria di stranieri”.

Nelle motivazioni della sentenza depositata oggi, la Corte Costituzionale spiega che l’articolo 13 del decreto sicurezza viola doppiamente l’articolo 3 della Costituzione, prima per “irrazionalità intrinseca in quanto, rendendo problematica la stessa individuazione degli stranieri esclusi dalla registrazione, è incoerente con le finalità del decreto che mira ad aumentare il livello di sicurezza” e poi perché “riserva agli stranieri richiedenti asilo un trattamento irragionevolmente differenziato rispetto ad altre categorie di stranieri legalmente soggiornanti nel territorio statale, oltre che ai cittadini italiani”.

Inoltre “per la sua portata e per le conseguenze che comporta anche in termini di stigma sociale, di cui è espressione non solo simbolica l’impossibilità per i richiedenti asilo di ottenere la carta d’identità, la violazione del principio di uguaglianza enunciato all’articolo 3 della Costituzione assume in questo caso anche la specifica valenza di lesione della pari dignità sociale”.

La Consulta ha sancito l’incostituzionalità anche delle altre disposizioni contenute nell’articolo 13 del decreto, cioè quelle “che prevedevano tra l’altro che il permesso di soggiorno costituisse documento di riconoscimento in luogo della carta d’identità e che l’accesso ai servizi erogati ai richiedenti asilo fosse assicurato nel luogo di domicilio, anziché in quello di residenza”.

Esclusa invece dai giudici costituzionali una evidente mancanza dei presupposti straordinari di necessità e urgenza necessari per il ricorso allo strumento del decreto legge, come previsto dall’art. 77 della Carta, perché “la disposizione si inseriva in modo omogeneo nel capo contenente le norme in materia di protezione internazionale”.

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