Genova: arrestato Daniel Nieto, ex capo banda Marsigliesi

A tradirlo dopo 22 anni di latitanza, un tatuaggio: un geco nero e verde sul collo. Daniel Nieto, 63 anni, francese di origine corsa, era ricercato dal 1989 per essere evaso dal carcere durante un permesso premio. Era stato condannato a 18 anni di reclusione per il rapimento, avvenuto a Roma nel 1978, di Giovanna

A tradirlo dopo 22 anni di latitanza, un tatuaggio: un geco nero e verde sul collo. Daniel Nieto, 63 anni, francese di origine corsa, era ricercato dal 1989 per essere evaso dal carcere durante un permesso premio. Era stato condannato a 18 anni di reclusione per il rapimento, avvenuto a Roma nel 1978, di Giovanna Amati.

L’uomo l’altro ieri era su un treno partito da Milano e diretto a Ventimiglia quando è incappato in un controllo di routine da parte della polizia ferroviaria. Il caso ha voluto che mentre gli agenti della polfer chiedevano i documenti, all’ex elemento di spicco della banda dei Marsigliesi, distinto e ben vestito, cadesse di mano il biglietto.

Nel piegarsi per raccoglierlo è spuntato dal colletto della camicia quel tatuaggio. Ha poi raccontato ai suoi superiori il poliziotto che per primo ha avuto il sentore che quell’uomo potesse nascondere qualcosa:

“Se l’avessi visto su un ragazzo non mi sarei insospettito, ma su un uomo di quella eta’ il tatuaggio poteva significare qualcosa”.

Dopo diverse ore dal fermo la posizione di Nieto è stata chiarita. L’evasione era stata condonata ma l’uomo, che ai poliziotti ha mostrato documenti identificativi autentici, deve scontare ancora dieci anni oltre agli otto già passati in carcere fino al 1989. Così in base ad un ordine di esecuzione della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Roma, Nieto è finito nel carcere di Marassi.

Evaso da un penitenziario francese nel 1976 l’ex capo del clan dei Marsigliesi si era trasferito a Roma dove, in quegli anni, operava la banda dedita a rapimenti, rapine, spaccio di droga, bische clandestine, sfruttamento della prostituzione. La fama di bandito gentiluomo di Nieto è legata soprattutto al rapimento di Giovanna Amati, figlia del proprietario di una catena di sale cinematografiche. Durante i tre mesi di prigionia la donna, che Nieto aveva anche violentato, si era innamorata di lui.

E pochi giorni dopo essere stata liberata, aveva accettato un appuntamento con Nieto, in via Veneto. Qui il bandito, con un mazzo di rose in mano, venne riconosciuto e arrestato dalla polizia tra le urla della ragazza. Un caso da sindrome di Stoccolma, si disse. Se ne legge, insieme ad altri celebri esempi, in questo articolo d’archivio de Il Corriere:

Non sarà facile curarla. Dal 1973, dalla famosa rapina alla Kreditbanken di Stoccolma che su intuizione d’ un criminologo dell’ Fbi diede il nome alla sindrome (gli ostaggi, liberati dopo sei giorni di minacce, presero le difese dei rapinatori), il «male svedese» ha preso molti. Dallo Spielberg di Silvio Pellico alle prigioni di Moro, è quasi un luogo comune. Bulli e pupe: la miliardaria Patty Hearst, catturata dai terroristi Simbionesi e diventata loro complice nelle rapine (1974); il presunto l’ innamoramento, dopo il sequestro, fra Giovanna Amati e il marsigliese Daniel Nieto (1978); il clamoroso (ma sempre smentito) flirt fra Emanuela Trapani e Renato Vallanzasca;

Marilù Achille, rapita dall’ Anonima che per 46 giorni rimase stregata da un bandito (1982); la metà dei sequestrati in Sardegna (ricerca dell’ Università di Padova); Gianni Ferrara, il bambino d’ un ristoratore italiano rapito nel 1998 in Venezuela, che raccontò quanto fossero buoni i suoi orchi; Clara Rojas, l’ amica d’ Ingrid Betancourt presa in ostaggio dalle Farc rivoluzionarie colombiane (2002), incinta d’ un carceriere; Elizabeth Smart, la quindicenne dello Utah stuprata da uno psicopatico e per nove mesi fuggita con lui (2003)… Il meccanismo, sempre lo stesso. Lo descrisse Kristin Ehnmark, una degli ostaggi 1973 di Stoccolma: «Se piaci a qualcuno, non ti ucciderà». Lo rivisitò Jan Olsson, uno dei rapinatori arrestati: «La colpa è stata degli ostaggi. Hanno fatto in modo che uccidere fosse difficile. In quella sporcizia, l’ unica cosa da fare era conoscersi»

Ieri dopo l’arresto Nieto avrebbe detto agli agenti: “Ci avete messo vent’anni per trovarmi. Eccomi, sono qua, tranquilli. Ormai sono diventato vecchio. Un tempo sarebbe stato diverso”.

Via | Il Secolo XIXLa Repubblica Genova

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