Rugby & Doping: l’Irb dà i numeri (ma dimentica il passaporto)

A Dublino si è riunita la commissione Antidoping dell’International Rugby Board.

Durante la riunione annuale tenutasi a Dublino, la commissione Antidoping dell’International Rugby Board ha riconfermato il proprio impegno nella lotta contro coloro che fanno uso di sostanze proibite e conferma l’approccio comprensivo del rugby per quanto riguarda il controllo antidoping e la formazione. Con un ma…

Come scrive il comunicato ufficiale dell’Irb, infatti, “la commissione, presieduta dall’ex presidente della Federazione Italiana Rugby Giancarlo Dondi, ha riunito una serie di esperti di settore per rivedere il codice WADA (World Anti-Doping Agency) e gli standard internazionali stabiliti dalla WADA, per prendere in considerazione gli ultimi sviluppi nell’ambito dell’antidoping, per verificare le attività antidoping portate a termine dall’IRB nel 2012 e gli obiettivi preposti per il 2013, con il fine di assicurare che il rugby rimanga in prima linea nella lotta contro coloro che assumono sostanze proibite.

La riunione di due giorni ha previsto l’intervento di David Howman, direttore generale della WADA, che ha delineato gli obiettivi della WADA per il 2013 e ha risposto ad alcune domande da parte della commissione.

La commissione ha appoggiato all’unanimità la volontà di aumentare le sanzioni da due a quattro anni per gli atleti trovati a barare, con la volontà di aumentare il potere di deterrenza ed educativo.

Il programma antidoping e la campagna formativa dell’IRB sono stati elogiati dalla WADA; nel 2012 l’IRB ha sottoposto 1542 atleti a controlli antidoping sia in gara che fuori competizione in vari tornei ed eventi tra cui HSBC Sevens World Series, le partite di qualificazione per la Coppa del Mondo 2015 e i Test Match di rugby giovanile.

Sono emersi 21 casi di antidoping, pari all’1.36% dell’intero programma antidoping dell’IRB. Anche se le statistiche WADA per il 2012 non sono ancora state pubblicate, nel 2011 si sono registrati più di 6000 controlli nel rugby a livello internazionale, sia da parte delle agenzie nazionali antidoping che da parte delle federazioni, che sono risultati in 53 casi di violazione del codice.

L’IRB continua a essere impegnata anche nel portare avanti i test sul sangue, sia durante che fuori competizione. Dall’introduzione di questa procedura durante la Coppa del Mondo del 2007 in Francia sono stati fatti 482 test”.

Numeri interessanti, belle parole, ma nessun accenno al passaporto biologico. Con gli scandali che stanno colpendo i nomi più importanti dello sport mondiale – da Armstrong a Pistorius – è sempre più evidente che i semplici controlli antidoping non sono sufficienti per combattere questa piaga. Se, e ripeto SE, c’è la volontà di combattere il doping non si può non prescindere dal passaporto biologico. E, nel comunicato, non ce ne è traccia.

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