Welfare: soluzioni pratiche o solo buone parole? Maria Grazia Guida

La crisi incombe su cittadini e istituzioni come una spada di damocle, mentre i tagli al welfare sono sempre più pesanti. Trovare soluzioni concrete ai bisogni più urgenti diventa più che mai necessario. Il sogno di città.

“Milano e’ un soggetto debole e fragile in questo momento, come altre città”. L’ex vicesindaco di Milano, con delega all’Istruzione, Maria Grazia Guida, riporta un pensiero, quanto mai allarmista, del sindaco Giuliano Pisapia.

“Le nostre città sono sempre più fragili e dobbiamo partire da un sogno nuovo di Paese”. Per, anche lei, parafrasando Martin Luther King, “ho un sogno di città”.

Dobbiamo “ricordarci che di quei 64 mld di euro”, erogati a livello nazionale, “sono solo le briciole riservate al welfare locale”. “Pensare una ridefinizione del welfare richiede una ridefinizione strutturale ed economica” non solo dell’Italia ma, anche, dell’Europa.

Le  diseguaglianze, complice la crisi, sono in aumento e con esse la solitudine, le nuova povertàcon la conseguente “drammatizzazione dei bisogni”. Paradossalmente, proprio lo spettro della miseria adombrato dalla crisi porta a nuove dipendenze, come quella dal gioco d’azzardo, come se l’ultima possibilità di risalita fosse tentare la fortuna mentre, invece, si affonda nella povertà la propria famiglia, oltre a perdere occupazione e relazioni sociali.

Un altro degli effetti della discesa agli inferi causata dalla crisi economica è la dispersione scolastica, fenomeno che sembrava debellato ma che, negli ultimi anni, si è riaffacciato con prepotenza e, nell’operosa Milano “è leggermente superiore alla media nazionale”.

Si fanno urgenti “nuovi processi di inclusione nel mercato del lavoro, opportunità di occupazione femminile e investimenti nella scuola”.

“Dobbiamo immaginare un nuovo disegno di società, valorizzando le competenze che ci sono, creando sistemi di accreditamento e di partecipazione condivisa. Il welfare come rafforzamento dei processi di democrazia e di sviluppo di coesione sociale”.

Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: un Paese del civilizzato occidente nel quale, nel terzo millennio, si deve ancora discutere di quale sia il modo migliore per affrontare lo spinoso problema del welfare, è davvero un Paese civile?

(Photocredit)

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