Migranti, Italia sotto accusa per un respingimento illegale del novembre 2018

La vicenda è stata ricostruita dalla Forensic Oceanography, che dal 2011 indaga sui fatti avvenuti nel mediterraneo

L’Italia è sotto accusa per un respingimento illegale, avvenuto nel novembre 2018, di 93 migranti. La Forensic Oceanography, che dal 2011 indaga su quanto avviene nel mar mediterraneo, ha ricostruito questo caso in tutti i dettagli, sottolineando come l’Italia abbia utilizzato una nave mercantile per effettuare un respingimento illegale.

Nella notte tra il 6 e il 7 novembre 2018 un gommone con 93 persone a bordo – di 7 nazionalità diverse, compreso un neonato di 4 mesi – è partito da Zlitan, città libica del distretto di al-Murgub. Alle ore 15:25 del 7 novembre l’imbarcazione è stata avvistata in zona Sar libica da un aereo dell’operazione Sophia, che ha allertato il quartier generale della missione coordinata dall’Unione Europea che in quel momento era collocato a bordo della nave San Marco della Marina Militare italiana.

La Nave San Marco ha quindi informato il Centro di Coordinamento di Ricerca e Soccorso di Roma circa le coordinate dell’imbarcazione, che a sua volta le ha trasmesse a quello libico affinché intervenisse. Il commodoro Masoud Abdalsamd ha risposto negando l’intervento, riferendo che le motovedette della sedicente guardia costiera libica erano già impegnate in altre operazioni.

Due ore più tardi il gommone ha segnalato la sua presenza in mare al centralino di Alarm Phone, che ha comunicato le nuove coordinate al centro di coordinamento di Roma, che a sua volta ha nuovamente contattato Tripoli per ribadirgli la necessità di un intervento. A questo punto la guardia costiera libica ha individuato nella Nivin, un mercantile già in rotta verso Misurata, la nave più vicina alle coordinate del gommone e, non avendo a disposizione l’attrezzatura per comunicare direttamente con il comandante della Nivin, ha chiesto al centro di Roma di farlo “a suo nome”.

Il centro di coordinamento di Roma avrebbe dovuto astenersi da questa richiesta ed invece si è prestato, inviando questo messaggio alla Nivin: “Qui MRCC Roma. A nome della Guardia costiera libica per la salvezza delle vite in mare vi preghiamo di procedere alla massima velocità per dare assistenza ad una barca in difficoltà con circa 70 persone a bordo. Vi preghiamo di contattare urgentemente la Guardia costiera libica attraverso questo centro di ricerca e soccorso ai seguenti numeri di telefono” .

Alle 21:34 i libici hanno annunciato di aver preso in carico il coordinamento dell’operazione, ma questa comunicazione è partita dalla nave della Marina Italiana di stanza a Tripoli. Nella notte, alle ore 3:30, la Nivin ha raggiunto e caricato a bordo i migranti, ai quali è stato riferito che sarebbero stati portati in Italia. Poco dopo sul posto è però arrivata una motovedetta libica e i 93 migranti a bordo hanno compreso di essere stati ingannati, rifiutando quindi il trasbordo.

La Nivin a questo punto ha proseguito nella sua rotta verso Misurata, riferendo ai migranti di essere in viaggio verso Malta. Quando la nave è entrata nel porto libico i 93 naufraghi si sono rifiutati nuovamente di scendere ed hanno cercato di allertare i media internazionali. Dieci giorni più tardi a bordo sono saliti dei militari libici armati che, con ampio uso della forza e della violenza, hanno fatto scendere i migranti dalla nave per condurli nei centri di detenzione. Qui la ong Medici senza Frontiere ha raccolto le loro testimonianze su quanto avvenuto ed ha documentato le violenze subite.

Il quadro che viene fuori è chiaro ed è perfettamente coerente con il lavoro d’indagine in corso alla Procura di Agrigento su casi analoghi. Secondo gli accordi in essere, il centro di coordinamento di Roma può solo fornire un’assistenza tecnica alla Guardia Costiera libica. Il centro di coordinamento di Roma deve limitarsi a segnalare alla Libia la presenza di un’imbarcazione in difficoltà nell’area Sar libica, ma non può sostituirsi a lei. Men che meno può utilizzare navi private per fare dei respingimenti in un Paese non sicuro.

Secondo Eunavformed, sono stati 13 i casi analoghi a quello che vi abbiamo appena raccontato.

Ci sono già sentenze che hanno comportato la condanna dell’Italia per pratiche di questo tipo. Coordinare il respingimento attraverso navi private equivale ad una violazione dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra, in base al quale un rifugiato non può essere respinto. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rinforzato il divieto di respingimento, che si applica anche a chi avrebbe il solo diritto a presentare una domanda per vedersi riconosciuto lo status.

Foto © Saleh, tratta da vesselfinder

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