Elezioni 2013: il voto utile. Fra tattica e teoremi, il maggioritario lo determina e ne gode

Che cos’è il voto utile? C’è un modo per evitarlo? Come viene sfruttato mediaticamente prima delle elezioni? Come influisce sull’esito delle urne?

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Siamo di nuovo al voto utile, anche se pensavamo di no. E’ uno dei mantra che aleggia in campagna elettorale, esattamente come nel 2008, cavalcato, in maniera diversa dal punto di vista dellla forma, ma con egual sostanza, sia da Silvio Berlusconi sia da Pier Luigi Bersani.

Ma che cos’è, il voto utile? E cosa lo determina?

Si presume che i nostri lettori abituali, qui su PolisBlog, lo sappiano bene. Ma parlarne un po’ non può danneggiare nessuno. Il voto utile (in inglese, useful vote) fa parte del voto strategico (tactical voti o anche strategic voting o sophisticated voting o insincere voting). Si verifica quando un elettore vota il candidato che non preferisce realmente per prevenire un esito indesiderato delle elezioni.

Il voto utile si chiama anche compromesso ed è un tipo di voto strategico ben preciso che generalmente porta l’elettore a votare qualcuno cui vengono attribuite più probabilità di vittoria piuttosto di votare chi si preferisce veramente (facciamo un esempio: un elettore conservatore potrebbe voler votare un candidato moderato invece di un candidato di destra estrema, anche se magari preferirebbe la destra estrema, pur di sconfiggere un candidato di sinistra)

Si tratta di un fenomeno che è al tempo stesso tipico delle strutture politiche bi-polari e che, al tempo stesso, le determina. E’ proprio, per capirci, di un sistema elettorale che preveda un maggioritario puro o anche solo un premio di maggioranza, come il nostro (e lasciamo stare il porcellum, per carità, se no non ne usciamo più) o, più in generale, di un sistema elettorale che preveda la vittoria di chi prende più voti di tutti gli altri e non necessariamente con una maggioranza assoluta (sì, be’, poi grazie al premio di maggioranza su base regionale del Senato, in Italia non è nemmeno così. Ma avevamo detto che non ci saremmo occupati del porcellum).

Secondo il Teorema Gibbard Satterthwaite non esiste un voto privo di strategia, a meno che non sia un voto dittatoriale o un voto in cui, secondo una delle regole del voto, un candidato non può vincere aprioristicamente.

Il voto tattico, strategico, insomma, c’è sotto qualsiasi tipo di legge elettorale: è un dato di fatto.

E così, ecco che, per venire alle elezioni politiche di febbraio 2013, abbiamo Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi che, con modi e maniere differenti, invitano sostanzialmente le due parti degli elettori a far la stessa cosa: votare per uno dei due big, in modo da non far vincere l’altro.

Naturalmente, la campagna per il voto utile ha come effetto anche quello di influenzare la percezione dell’elettore, generando un circolo vizioso se sapientemente veicolato a livello mediatico, ed escludendo progressivamente le compomenti minoritarie dall’esito effettivo del voto.

Insomma: funziona (se per funzionare si intende non già il rappresentare veramente la volontà popolare, il cosiddetto sincere voting, ma l’obiettivo di chi invita al voto utile).

Funziona e dimostra anche che il sistema maggioritario in tutte le sue declinazioni – incluso l’orrido porcellum – annichilisce le differenze ed è, probabilmente, uno dei meccanismi di voto che incita meno al voto sincero.