“Lost in Pd”, Damilano a Polisblog: “Il Pd? Un’occasione perduta”

“Lost in Pd” è un libro che andrebbe letto tutto d’un fiato. In quasi duecento pagine ti racconta il sogno infranto del Partito Democratico passando attraverso le decine e decine di contraddizioni che lo attraversano. A scriverlo, Marco Damilano (la firma più acuminata della redazione politica dell’Espresso) che, in questa intervista a polis|blog spiega come

“Lost in Pd” è un libro che andrebbe letto tutto d’un fiato. In quasi duecento pagine ti racconta il sogno infranto del Partito Democratico passando attraverso le decine e decine di contraddizioni che lo attraversano. A scriverlo, Marco Damilano (la firma più acuminata della redazione politica dell’Espresso) che, in questa intervista a polis|blog spiega come le Europee di giugno possano decidere le sorti del partito decretandone la vita o la morte.

Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che la parola “fallimento” possa sintetizzare bene l’esito del progetto Partito Democratico. E’ così?

Il Pd è stato finora una grande occasione perduta. Per questo il mio racconto è a tratti rabbioso, a volte perfino sarcastico, mai distaccato. Nell’Italia della seconda Repubblica si sono confrontati due nuovi soggetti politici: il berlusconismo, che ha preso le sembianze di Forza Italia prima e del Pdl poi, e l’Ulivo, l’incontro di laici e cattolici, sinistra e centro riformista che già avevano collaborato negli anni della guerra fredda da fronti opposti. Il Partito democratico doveva rappresentare l’Ulivo in carne e ossa …”

E invece?

“E’ successo il contrario: l’incontro tra laici e cattolici si è trasformato in una disamistade perenne. I gruppi dirigenti dei vecchi partiti, che dovevano lasciare la mano a generazioni più giovani, sono rimasti saldamente al loro posto. E poi il Pd ha fallito sui due punti-chiave: il radicamento territoriale, che significa stare con i piedi ben piantati nella società, e l’identità culturale, che significa sapere chi sei e cosa vuoi. Militanti, iscritti e elettori si sono ritrovati improvvisamente senza una casa fisica dove andare e senza una casa culturale su cui dibattere.

Ci spieghi il parallelo con la famosa serie di J.J. Abrams?

In “Lost” i superstiti del volo Oceanic 815 sono vivi da qualche parte, su un’isola misteriosa, ma impossibilitati a mettersi in contatto con il mondo esterno. Con il passare delle puntate, però, si fa largo una domanda inquietante: sono loro gli scomparsi? O loro sono gli unici vivi e tutti gli altri sono morti? Mi sembra una metafora del Pd e dell’opposizione al berlusconismo. In apparenza l’Italia che si oppone a Berlusconi è sparita nel nulla, dissolta, dispersa. Tre milioni di voti per il Pd risultano mancanti all’appello. Che fine hanno fatto? Con loro sembrano andati perduti anche i temi dell’opposizione, la capacità di indignarsi dell’opinione pubblica per gli scandali del premier o per norme come quelle del pacchetto sicurezza. Ma in realtà non sono spariti gli elettori, è il Pd che dovrebbe andare a cercarli, recuperarli, riportarli a casa. Per evitare che diventi “lost” non solo il partito, ma anche l’opposizione: non riguarda solo gli elettori del Pd ma anche quelli che non lo votano più o non lo hanno mai votato. Il pericolo è che tutta la democrazia italiana vada perduta. Lost, appunto.

Mentre è noto chi l’ha costruito, non è attribuibile, invece, ad una sola persona la disfatta. Chi/cosa ha contribuito?

Sarebbe facile dare la colpa a Veltroni, ma la responsabilità va almeno equamente spartita con chi oggi dice che il Pd era un disastro ma ha sostenuto Veltroni alle elezioni primarie e non ha mai votato contro una sua mossa in direzione o all’assemblea: penso a leader come Massimo D’Alema o Francesco Rutelli, per esempio. Sono su fronti opposti, ma non hanno mai sfidato Veltroni a viso aperto, salvo dire oggi che quel Pd era da buttare. L’unico oppositore interno per molti mesi è stato Arturo Parisi: tutti gli altri acquattati ad aspettare un’implosione di cui portano la stessa responsabilità del leader.

7 giugno 2009. Perchè per il Pd questo sarà un giorno cruciale?

È il giorno della vita o della morte. Per tutti i partiti le elezioni europee sono un passaggio importante ma di ordinaria amministrazione, in un paese che vota ogni anno. Per il Pd è diverso. Sotto il 25 per cento: il progetto muore, il Pd non c’è più, chiude i battenti. Sopra il 25 per cento: il Pd vive, ma non si sa come. Potrebbero arrivare scissioni, un congresso tormentato, un nuovo leader. Se poi il risultato dovesse avvicinarsi a quota 30 per cento i democratici farebbero festa grande.

Ma il Pd ha un futuro? I democratici prenderanno in considerazione la proposta del PD2 formulata alla fine del libro?

Dipende dal voto. La cosa peggiore sarebbe un risultato né caldo né freddo ma tiepido, che lasci aperta ogni interpretazione. Il Pd2 è già nelle cose, ma i suoi leader ancora non si vedono.

Cosa succederà ad ottobre?

Il copione già scritto del congresso parla di uno scontro Franceschini-Bersani. Ma nel caso di elezioni positive sarà difficile rimuovere l’attuale segretario e i notabili cercheranno piuttosto di mettersi d’accordo con lui. Mentre nel caso di disfatta anche l’ipotesi Bersani si indebolisce. Con una situazione ancora più drammatica dell’attuale non sarà più il tempo delle mezze stagioni”.

E quindi?

“O scenderà in campo l’unico grande vecchio che il Pd possa ancora vantare, Massimo D’Alema, o si aprirà la strada per un vero ricambio generazionale: magari la rivelazione Debora Serracchiani, se l’aiuta un buon risultato personale alle europee in termini di preferenze, con l’appoggio di Walter Veltroni”.