Il giallo e il nero, Il delitto di via Monaci: il caso di sabato 9 marzo 2013

L’omicidio di Maria Martinaro commesso a Roma nel lontano 1958, conosciuto come il delitto di via Monaci. Allora vennero arrestati e condannati il marito della donna, Giovanni Fenaroli, e il presunto killer, Raul Ghiani. Tutti i dubbi dell’inchiesta.

Sabato 9 marzo è andata in onda la seconda puntata della trasmissione di Rai3 Il giallo e il nero, condotta da Cesare Bocci, sempre più sciolto e a suo agio nel ruolo di narratore. Il caso trattato e approfondito è stato l’omicidio di Maria Martinaro, avvenuto nel 1958 a Roma, meglio conosciuto come il delitto di via Monaci. Per quel crimine due persone vennero arrestate e condannate in tre gradi di giudizio, Giovanni Fenaroli, marito della vittima ritenuto il mandante dell’omicidio, e Raoul Ghiani, considerato l’esecutore e quindi killer prezzolato.

Se ci sono state, quindi, delle condanne e dei colpevoli accertati da tre gradi di giudizio perché si continua a parlare, a distanza di più di 50 anni, di mistero? È presto detto: i due uomini accusati di tale reato si sono sempre proclamati innocenti, i loro processi furono indiziari, e nel corso degli anni i dubbi sulla vicenda si sono fatti sempre più forti per il sopraggiungere di nuovi elementi. Il giallo e il nero ha cercato di capirne di più.

Andiamo con ordine: era la mattina dell’11 settembre del 1958 quando la domestica di casa Fenaroli, non ricevendo risposta alla porta di casa, chiama aiuto. La scena che si trovano davanti i primi intervenuti sul posto è questa: la signora Maria Martirano giace sul pavimento della cucina, senza vita. Si scoprirà più tardi che è stata strangolata. Il marito della signora, il geometra e costruttore Giovanni Fenaroli, si trova come sempre per lavoro a Milano, dove gestisce i suoi molteplici affari. Il matrimonio tra la Martirano e Fenaroli è quello che può essere definito ‘di facciata’: lei vive a Roma, lui a Milano, si vedono poco e la cosa sta bene ad entrambi.

bocci e di giulio in il giallo e il nero

Fin dai primi momenti, comunque, i sospetti si concentrano sul marito, che avrebbe potuto far uccidere la moglie per intascare una sostanziosa polizza sulla vita di lei, di circa 150 milioni. Chi ha ucciso la Martirano ha poi messo in piedi quello che sembra un vero e proprio depistaggio, portando via tutti i gioielli della donna e una somma in denaro conservata in casa, lasciando tutto a soqquadro. Una sola cosa è certa: Maria non avrebbe mai aperto la porta a uno sconosciuto.

Le indagini si concentrano quindi sul marito, imprenditore con le mani in pasta, sempre pieno di debiti e alla ricerca di soldi. L’uomo ha concluso più di 13 polizze, di cui quella famosa da 150 milioni sulla vita della moglie. Ed è proprio questa che viene ritenuta il movente dell’omicidio, perchè tutti quei milioni potevano rappresentare la soluzione dei problemi finanziari che Fenaroli stava attraversando in quel momento. C’è poi una stranezza: la polizza, che in un primo momento era stata firmata dalla Martirano e che prevedeva come beneficiari i suoi familiari, è stata col tempo modificata, inserendo come unico beneficiario proprio il marito della donna e la firma di Maria risulta falsificata. Caso risolto? Non proprio.

Fenaroli infatti, la notte dell’omicidio, si trovava come sempre a Milano. A due mesi dall’omicidio, quando gli inquirenti sembrano ancora brancolare nel buio, arriva la testimonianza del ragioniere Egidio Sacchi, factotum della impresa di costruzioni di Fenaroli, che racconta di aver assistito, la notte dell’omicidio, a una telefonata del suo capo alla moglie, in cui le chiedeva di aprire la porta a un suo amico, Raoul, che le avrebbe consegnato dei documenti importanti da conservare.

Quel Raoul, l’unico che Fenaroli conosce, è tale Raoul Ghiani, 27 anni, operaio elettrotecnico, che per gli inquirenti diventa l’esecutore materiale del delitto. Intanto si stabilisce l’ora della morte della Martirano, che dovrebbe essere avvenuta intorno alla mezzanotte. E qui sorgono i primi problemi: Ghiani quella sera era come sempre al lavoro, nella sua ditta, a Milano. Come ha potuto raggiungere Roma in tempo per l’omcidio? Si pensa all’ultimo volo della sera Malpensa – Roma. L’unica stranezza è che Ghiani avrebbe dovuto percorrere la strada da Milano a Malpensa in soli 50 minuti, ma la polizia dimostra che, seppur con difficoltà, la cosa era fattibile.

Altra stranezza: non c’è nessun passeggero su quel volo col nome di Raoul Ghiani, ma gli inquirenti sono convinti che il biglietto sia stato fatto a nome di tal Luigi Rossi. Per questo motivo, Fenaroli viene arrestato per essere mandante dell’omicidio della moglie, il 25 novembre del 1958, mentre Ghiani viene arrestato due giorni dopo.

Gli inquirenti si basano, tra l’altro, su una vicenda accaduta qualche settimana prima della morte della donna: qualcuno tentò di entrare in casa Fenaroli con le chiavi, Maria riesce a fermarlo prima con le sue urla, e si accerta che in quei giorni Fenaroli e Ghiani fecero un viaggio insieme, o almeno sullo stesso treno, da Milano a Roma e viceversa. Questa è la conferma non solo che i due uomini si conoscevano, ma che avessero già tentato in passato di uccidere la Martirano.

I due uomini finiscono a processo, un processo molto sentito dall’opinione pubblica, molto partecipato dalla gente, tanto che al momento della lettura della sentenza, fuori dal tribunale di Roma, ci sono oltre 20 mila persone. La Corte d’Assise di Roma condanna Fenaroli e Ghiani all’ergastolo. L’elettrotecnico, che si è sempre proclamato innocente, alla lettura della sentenza sviene.

Corte d’Assise d’Appello e Cassazione confermano la sentenza per entrambi. Mentre Fenaroli morirà nel 1975, ai domiciliari, dopo una lunga malattia, Ghiani restò in carcere per 25 anni, fino a quando ottenne la grazia dal Presidente Pertini, visto che si era sempre proclamato innocente.

Il giallo e il nero, quindi, ripercorre le indagini che hanno condotto all’arresto e alla condanna dei due uomini, rileva le stranezze, le incongruenze, e indica quelle prove che, riviste alla luce degli strumenti scientifici oggi esistente, potrebbero forse dare qualche risposta ai tanti dubbi rimasti.

Intanto, è da rilevare che delle impronte trovate in prossimità del cadavere, e non appartenenti ai soccorritori o ai familiari, nessuna appartiene a Ghiani, da sempre considerato il killer. In particolare, le impronte vicinissime al corpo della povera Martirano, non sono mai state identificate: si sa solo, per certo, che non appartengono al giovane operaio accusato. Sono stati rinvenuti, sul luogo del delitto, dei mozziconi di sigaretta mai analizzati. Oggi, con l’esame del dna, si potrebbe stabilire a chi appartenessero.

Le testimonianze del processo: una prima testimone, una giovane che col fidanzato si trovava in via Monaci la sera del delitto, è certa di aver riconosciuto Ghiani nell’uomo che ha visto entrare nel palazzo della vittima. Oggi si ritiene che quella testimone non fosse completamente attendibile, forse perché condizionata dagli inquirenti o dalla vicenda. Una seconda testimone, invece, vede due uomini davanti al portone di via Monaci, uomini visti anche da un’altra donna. Potrebbero essere collegati al delitto? Possibile, visto che in base alla ricostruzione del delitto l’omicidio potrebbe essere stato compiuto da due persone.

Altra stranezza: come è tornato Ghiani a Milano dopo l’omicidio? Secondo gli inquirenti e i giudici con un treno notturno, la ‘freccia del Sud’. Ma anche qui ci sono testimonianze discordanti: un uomo è certo di averlo visto in treno, mentre il suo collega, che ha viaggiato con lui, è certo che Ghiani non ci fosse.

Dopo la morte della Martirano si sono cercati a lungo i suoi gioielli, rubati la notte dell’omicidio. A casa di Ghiani e sul posto di lavoro non sono mai stati trovati, nonostante peerquisizioni approfondite. Stranamente, quei gioielli ricompaiono un anno e mezzo dopo, proprio nell’armadietto sul posto di lavoro dell’uomo, mentre lui era in carcere. Una montatura per incastrarlo? È probabile. Tra l’altro, il barattolo in cui furono rinvenuti questi gioielli, presenta delle impronte digitali che allora non vennero studiate. Oggi, con i nuovi strumenti di indagine, potrebbero dire molto di più.

Come ha fatto quindi notare Il giallo e il nero, anche attraverso la testimonianza di avvocati e giornalisti che hanno seguito da vicino il caso, così come dalla testimonianza della moglie di Ghiani (conosciuto e sposato dopo la sua scarcerazione), le stranezze su questo caso sono davvero tante. Si pensa che Fenaroli e Ghiani possano essere stati incastrati, per vicende legate al lavoro del costruttore. Supposizioni, fino ad ora. Certo è che se le prove raccolte allora fossero ancora disponibili, si potrebbe forse fare chiarezza su alcuni di questi dubbi.

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