Ma sparano davvero i fucili della Lega?

Di fronte all’ennesima levata di scudi del centrosinistra contro le dichiarazioni forti di Umberto Bossi sarà forse opportuno analizzare in profondità la strategia elettorale leghista. E non intendo certo in funzione dell’imminente appuntamento al voto, bensì il quadro complessivo e le ragioni che da sempre spingono il partito del nord a usare toni accesi al

di luca17

Di fronte all’ennesima levata di scudi del centrosinistra contro le dichiarazioni forti di Umberto Bossi sarà forse opportuno analizzare in profondità la strategia elettorale leghista. E non intendo certo in funzione dell’imminente appuntamento al voto, bensì il quadro complessivo e le ragioni che da sempre spingono il partito del nord a usare toni accesi al limite della violenza verbale.

La Lega (allora “Lombarda”) appare sulla scena politica all’apice della corruzione morale e materiale del sistema che reggeva la cosiddetta Prima Repubblica. Nata ufficialmente nel 1986 nella configurazione storica avente per simbolo Alberto da Giussano, viene ignorata e poi ostracizzata in ogni modo dal potere politico, fino a conoscere l’esplosione di consensi del 1990 (18,9% in Lombardia) poco prima del crollo del sistema con Tangentopoli. Poi venne Berlusconi a frenarne l’ascesa, ma questa è un’altra storia.

In tutti questi anni la Lega ha dovuto combattere contro il sistematico sbarramento dei media, che salvo rare eccezioni la cita solo in corrispondenza di eventi o dichiarazioni clamorose, come ai tempi della proclamazione dell’indipendenza del nord, dell’ampolla alla sorgente del dio Po o delle “migliaia di alpini disposti a prendere le armi contro lo stato” di bossiana memoria.

Di qui l’esigenza dei toni forti e delle sparate. Una strategia studiata a tavolino e ormai ventennale, che dovrebbe meravigliare solo le educande o chi del proprio supposto stupore fa un’arma politica, come il capo dello schieramento di centrosinistra (sembra che non nominare la gente sia di moda) o il principale leader della sinistra, impegnato questa sera su RAI2 (PolisBlog sarà come sempre presente con la sua diretta).

A che serve dunque paventare i soliti spettri della deriva antidemocratica, quando siamo di fronte a un elemento tattico, peraltro pressoché obbligato e certamente non nuovo? Lo sappiamo tutti che i fucili di Bossi non sono altro che una metafora di lotta politica, come ha sottolineato Berlusconi, centrando una volta tanto nel segno, e non certo la somma delle doppiette nascoste nelle soffitte dei cacciatori bergamaschi. E animiamola un po’ sta campagna elettorale, che pare la notte dei morti viventi; un po’ di passione e un pizzico di rabbia, ovvia!

Non è meglio chi ti dice le cose in faccia, in modo appassionato e persino violento, come Bossi e Ferrando, piuttosto che ascoltare i soliti, eterni giri di parole della politica da salotto alla Boselli e De Luca? Almeno non ci addormentiamo in poltrona.

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