Mafia: arrestato il latitante Saverio Loconsolo a Santo Domingo

Si nascondeva a Santo Domingo Saverio Loconsolo, 31 anni, tra i 100 latitanti più pericolosi d’Italia. L’arresto è avvenuto su una spiaggia della capitale della Repubblica Dominicana: Loconsolo stava prendendo il sole. L’operazione è stata condotta dallo Sco della Polizia in collaborazione con la Squadra Mobile di Potenza e l’Interpol. Il mandato di cattura internazionale

di remar


Si nascondeva a Santo Domingo Saverio Loconsolo, 31 anni, tra i 100 latitanti più pericolosi d’Italia. L’arresto è avvenuto su una spiaggia della capitale della Repubblica Dominicana: Loconsolo stava prendendo il sole. L’operazione è stata condotta dallo Sco della Polizia in collaborazione con la Squadra Mobile di Potenza e l’Interpol.

Il mandato di cattura internazionale per Loconsolo – considerato associato al clan Cassotta di Melfi e ricercato per associazione mafiosa, estorsione e usura – era stato emesso nell’aprile del 2009 dalla Procura di Potenza. Alla cattura si è arrivati dopo un serie di pedinamenti di soggetti vicini al ricercato. Il clan Cassotta di Melfi si contende il territorio con l’altro clan storico del Vulture-Melfese, i Delli Gatti. Da Il Quotidiano della Basilicata (18/08/2009):

Serre è una contrada immersa nel verde, a pochi chilometri da Melfi. Lì la famiglia Delli Gatti, quella dei «maroscia», come la chiamano a Melfi, ha un’abitazione di campagna. C’è chi ricorda che quando Rocco era ancora vivo si riuniva lì con i suoi compari tutti gli anni il giorno di ferragosto. Quando Rocco maroscia era ancora il boss che vantava conoscenze cutoliane e nel Vulture era il più rispettato.

Quando, tolto di mezzo il primogenito Ofelio Antonio, gli altri fratelli della famiglia Cassotta erano ancora considerati dei ragazzini. Quando i soldi a Melfi arrivavano in quantità, grazie al boom dell’area industriale. In quella casa, forse, venivano decise le strategie del clan. Dalla quota di pizzo da imporre alle imprese che stavano costruendo lo stabilimento della Fiat nel 1990 alle rapine, al traffico di droga e di armi, al controllo degli appalti pubblici, a qualche omicidio. Perché il clan Delli Gatti, sostengono i magistrati della procura antimafia di Potenza, è in guerra con la famiglia Cassotta.

Si parla di un summit mafioso nella casa del defunto boss Rocco Delli Gatti…

(…)«Alla riunione operativa», così la definiscono i detective antimafia, avrebbe partecipato Michele Delli Gatti, zio di Rocco. Con lui c’erano Massimo Pocchiari, cognato del defunto boss, Luigi Tartaglia, fratello di Mauro, il ragazzo ucciso a Melfi due anni fa, e Alessandro D’Amato. La polizia lo chiama «il caronte». Era il braccio destro di Marco Ugo Cassotta, indicato dalla procura antimafia come il massimo esponente della ’ndrangheta nel Vulture.

Poi, secondo gli investigatori, avrebbe tradito il suo boss, attirandolo in una trappola e consegnandolo ai suoi assassini. A incastrarlo, poi, sono stati i carabinieri, che l’hanno arrestato con l’accusa di omicidio. Tradimenti. Omicidi. Summit. A Melfi, sostengono gli investigatori, «la situazione è pericolosa, atteso, peraltro, che la circostanza dello svolgimento della riunione del gruppo Delli Gatti è perfettamente conosciuta dai Cassotta».

È la mafia dei “basilischi”, o quinta mafia (archivio La Repubblica):

La cerimonia di affiliazione avveniva alla fonte del fiume Sinni. L’ aspirante mafioso incontrava il boss che aveva in mano un bastone d’ argento. I due si abbracciavano. Lui faceva un giuramento di fratellanza, riconoscendo appunto il capo come “mio fratello – diceva – pronto a servirti e a essere servito con stima, umiltà e fedeltà. Sono felice di abbracciare un altro fratello che sapevo di avere, ma non conoscevo”. E un nuovo adepto entrava a far parte dei Basilischi, la mafia lucana, la quinta mafia italiana. Niente a che vedere con Cosa Nostra, con la camorra o con la ‘ ndrangheta. E nemmeno con un’ organizzazione di secondo livello come la Sacra Corona Unita della vicina Puglia.

(…) Ma quella dei Basilischi era diventata la prima organizzazione mafiosa ad avere sotto controllo una regione decisamente tranquilla come la Basilicata. Un’ organizzazione nata nel ‘ 94 su iniziativa del boss Giovanni Cosentino, 44 anni, detenuto da tempo, il quale per partorire la mafia lucana chiese il permesso alla ‘ ndrangheta calabrese. Che disse sì. Grossi e piccoli delinquenti lucani furono così affiliati all’ organizzazione che, come tutte le mafie, si dette regole e rituali. Il viaggio dell’ aspirante “basilisco” iniziava “in una di quelle sere d’ estate – è scritto nella formula iniziatica – con la luna chiara e le stelle splendenti, con il vento tiepido che può diventare gelido se nel cuore alberga l’ amaro per qualcosa che si è sempre desiderato per l’ orgoglio di questa terra dove sono nato”.

Quindi veniva raggiunta la fonte del Sinni, “dove, sotto il monte Pollino si battezzavano uomini d’ onore di tutta la Basilicata”. Di certo proprio in tutta la Basilicata, l’ organizzazione mafiosa s’ era specializzata in rapine, tra le quali una con un bottino di oltre un miliardo, a Potenza. E poi estorsioni e anche punizioni per chi non rispettava gli ordini.

Via | La Gazzetta del Mezzogiorno

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