Mafia, processo Perseo a Palermo: pm chiedono 350 anni di carcere, 42 imputati

Trecentocinquanta anni di carcere. A tanto ammontano le pene complessive chieste dai pm del processo Perseo, in corso a Palermo con rito abbreviato, che riguarda il tentativo da parte dei boss del capoluogo siciliano di ricomporre la commissione provinciale di Cosa nostra. Alla sbarra ci sono 42 imputati. Secondo le indagini l’intento di riorganizzare la


Trecentocinquanta anni di carcere. A tanto ammontano le pene complessive chieste dai pm del processo Perseo, in corso a Palermo con rito abbreviato, che riguarda il tentativo da parte dei boss del capoluogo siciliano di ricomporre la commissione provinciale di Cosa nostra.

Alla sbarra ci sono 42 imputati. Secondo le indagini l’intento di riorganizzare la cupola su base verticistica fallì per il rifiuto di alcuni mammasantissima ad accettare quello che sarebbe stato l’unico candidato alla guida della commissione: Benedetto Capizzi, ritenuto il boss di Villagrazia. Per suo figlio, Sandro, il pm ha chiesto 24 anni di carcere, la pena più alta.

«A gennaio 2008 sono cominciate le trattative tra uomini d’ onore per ricostituire la cupola: noi le abbiamo intercettate, intervenendo davvero rapidamente e bloccandole sul nascere. Oggi viviamo un dopo Perseo, in cui un trentenne come Nicchi assume un ruolo difficilmente immaginabile senza gli arresti dei vari Capizzi, Lo Presti, Scaduto. Da Nicchi a Palermo oggi non si prescinde».


A parlare, a La Repubblica, è il tenente colonnello Jacopo Mannucci Benincasa. Per tre anni, fino al 20 settembre 2009, ha guidato il reparto operativo di Palermo seguendo importanti indagini che hanno portato in carcere per mafia 258 persone (tra cui 4 latitanti di spicco) e permesso di sequestrare beni per 164 milioni di euro.

Com’ è cambiata Cosa nostra in questi tre anni? «Ha subito un processo involutivo con tappe precise: quando sono arrivato a Palermo, nell’ ottobre 2006, Provenzano e Nino Rotolo erano in carcere e i Lo Piccolo cercavano di crescere. Il loro arresto e ancor più i pentiti hanno confermato la crisi dell’ organizzazione. A quel punto i vecchi capi, a sorpresa, hanno pensato di ricostruire il modello esecutivo fermo dall’ arresto di Riina». E qui arrivano i 98 arresti di Perseo, a dicembre scorso. Di questi, 94 finirono in carcere in una notte.

Il giorno dopo uno degli arrestati si suicida in carcere, come ricorda questo articolo d’archivio del Corriere:

È stato trovato impiccato nella sua cella, uno dei boss fermati dai carabinieri a Palermo nell’ ambito dell’ operazione Perseo che ieri ha stroncato il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra. L’ uomo, Gaetano Lo Presti, 52 anni, era ritenuto il capo mandamento di Porta Nuova

Dietro quegli arresti di metà dicembre 2008 spunta anche un mafioso pentitosi “per amore” (archivio La Repubblica)…

Casano aveva fatto la sua scelta: collaborare con i carabinieri, con i pm (…).L’ ormai ex mafioso e la sua donna sono adesso sotto la protezione dello Stato. C’ è questa storia d’ amore dietro le rivelazioni dell’ ultimo pentito di Cosa nostra, che ha dato un contributo importante al blitz “Perseo”, che a metà dicembre ha portato in carcere novanta boss, quelli che volevano ricostituire la nuova Cupola.

Ieri mattina le dichiarazioni di Casano sono state depositate nel processo in cui sono imputati gli ex complici del collaboratore di giustizia. Presto ci sarà lui nell’ aula della seconda sezione del Tribunale, per chiamarli uno per uno e accusarli. è certamente una donna coraggiosa quella che ha convinto il suo uomo a rompere il vincolo che da vent’ anni lo legava a Cosa nostra. (…) Ci sono vent’ anni di mafia nelle parole dell’ ultimo collaboratore di giustizia. E decine di estorsioni mai denunciate dai commercianti di Palermo.

A settembre per l’accusa arriva però un’amara sorpresa: “l’intercettazione cardine del processo” per un vizio di forma non potrà essere utilizzata: se ne può leggere in dettaglio qui.

I carabinieri, quel giorno, con le telecamere, ripresero l’ arrivo di Giuseppe Scaduto, Antonino Spera, Sandro Capizzi e Giovanni Adelfio. Scaduto, capomandamento di Bagheria, nella conversazione riferì ai suoi tre interlocutori di aver partecipato ad una riunione il giorno prima (il 14 novembre), con quella parte di Cosa Nostra contraria alla riorganizzazione voluta da Benedetto Capizzi.

Alla riunione era andato anche ‘ u picciutteddu, cioè Giovanni Nicchi, il latitante catturato il 15 novembre scorso. La conversazione, ritenuta dal gip «di straordinaria rilevanza» è una fedele ricostruzione dell’ articolazione dei mandamenti dell’ intera provincia di Palermo con l’ indicazione dei rispettivi capi e sottocapi. Ma soprattutto dalla conversazione si evince che per il chiarimento e la soluzione definitiva della vicenda della ricostituzione della Cupola era stato attivato da Scaduto il “canale” trapanese di Matteo Messina Denaro.

Nel frattempo, come riporta il Giornale di Sicilia, il processo è entrato nel vivo:

Da quel candidato niente soldi. Nel verbale della deposizione del pentito Fabio Manno, depositao ieri nel processo Perseo, si ricostruisce un episodio della campagna elettorale regionale del 2008, emerso durante le indagini grazie ad una registrazione, che aveva portato ad un’indagine riguardante un voto di scambio tra Alessandro Aricò e del parlamentare dell’Udc Riccardo Savona. Aricò viene sostanzialmente scagionato dal pentito. Nei verbali pure la richiesta di soldi al ristorante “I Grilli” e all’impresa edile Sbeglia.

Foto | Flickr

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