Affari italiani: Gavazzi tra club e Celtic League

Lunga intervista al neopresidente federale sulle pagine del Corriere dello Sport.

Affida a Francesco Volpe, collega del Corriere dello Sport, la prima – vera – intervista post elezioni. Alfredo Gavazzi, il neopresidente del rugby italiano, parla del futuro, tra problemi di vivaio, Celtic League, nazionale e rapporti con Treviso. Eccola.

Pronti, via e scoppia la grana Treviso. Luciano Benetton è offeso per un suo commento post-elezioni e minaccia querele.
«Il Benetton è una risorsa del rugby italiano. Non c’è alcun motivo di contrapposizione. Nasce tutto dal titolo provocatorio di un giornale veneto su un articolo dai toni molto più distesi. Vogliono farci litigare».

Circola insistente la voce che la famiglia Benetton.voglia disimpegnarsi dalla Celtic.
«Questo dovete chiederlo a loro».

Gli Aironi potevano essere salvati?
«Se fosse stato possibile, l’avremmo fatto. Non avevamo alcuna convenienza a mettere in piedi una franchigia federale».

Con le Zebre che incassano 30 punti a partita, è realistico parlare, come ha fatto, di terza franchigia?
«Se la Scozia ne chiede una terza, noi siamo disponibili. Lo abbiamo già detto ai nostri partner. Così come abbiamo chiarito che, conclusi i tre anni di sperimentazione, non pagheremo più la tassa d’ingresso (3 milioni l’anno; ndr). Se ci vogliono, uguali diritti e uguali doveri. E chiediamo una risposta in tempi brevi».

Siamo nelle condizioni di porre certi aut-aut?
«Il d.g. del Sei Nazioni, John Feehan, è sulla nostra stessa linea. Non vede una Celtic League senza l’Italia. 170.000 dell’Olimpico hanno avuto un grande impatto sui nostri partner. Ha fatto capire che loro sono tecnicamente più avanti di noi, ma il futuro è qui. Chi può crescere più dell’Italia?».

Già, ma si continua a vincere con il contagocce.
«Nel rugby non s’inventa niente. Il Galles, a mio avviso la nazionale che oggi gioca meglio, ha lavorato benissimo sui giovani nella prima metà degli anni Duemila, poi ha preso a imporsi a livello assoluto».

Ma dove sono i giocatori per una terza franchigia?
«Il modello dev’essere il Connacht, la quarta irlandese, costituita per lo più da giovani da avviare all’alto livello. Ogni squadra celtica dovrebbe poggiare su quattro club d’elite e avere in organico 12 giovani con doppio tesseramento, che possano giocare sia in Celtic che in Eccellenza. Così si porta il territorio ad identificarsi con la franchigia».

Resta il fatto che i giocatori attuali non bastano.
«Il mio progetto prevede una ristrutturazione del sistema delle accademie. Una base di 24 centri di formazione U.16, poi 12 accademie provinciali U.18/19 lì dove ci sono i numeri e le strutture – Milano, Brescia, Treviso, Roma – in modo da coprire l’intero territorio nazionale, e all’apice i club di Eccellenza. L’obiettivo è anche tenere i ragazzi il più vicino possibile alle famiglie e alla propria scuola. Vorrei che tornassimo ai nostri valori, quelli che ci fanno distinguere da tanti altri sport. Il rugby non dà da mangiare, ma allena alla vita. C’è gente che studia e lavora nei call center per pagarsi i corsi o mettere da parte due soldini, i nostri ragazzi devono studiare e giocarla rugby con la stessa filosofia. Cerchiamo di formare uomini prima che atleti. Eppoi servono più tecnici di qualità. Per le accademie, per i centri di formazione, per i comitati regionali. Dobbiamo creare una Coverciano del rugby».

Da anni non otteniamo risultati credibili con gli U.20 e gli U.18. Non sarà solo colpa dei tecnici.
«Il discorso è più complesso. A 19 anni i nostri ragazzi non hanno la maturità fisica dei britannici. Per non parlare dei coetanei dell’emisfero sud. Il gap lo colmiamo solo verso i 22-23 anni».

Detta così, non c’è rimedio.
«Beh, i certi ruoli dovremmo individuare qualche isolano (del Sud Pacifico; ndr) che a 16-17 anni sia disponibile e farlo crescere da noi. Ormai lo fanno tutti, persino inglesi e francesi. Non dico cinquanta, qualcuno».

Scomparirà l’Accademia di Tirrenia?
«E’ possibile che rimanga come centro d’elite. E dovremo discutere se continuare a farla giocare in Serie A».

E’ un progetto a lunga scadenza…
«Guardi. La Nazionale per il 2015 è già fatta, a meno che da qui alla Coppa del Mondo non saltino fuori dei fuoriclasse. Ora possiamo provare a incidere su quella del 2019. Per riuscirci occorre dare una struttura stabile e vincente al movimento giovanile. Solo così finirà l’epoca delle vittorie spot».

Anche per colpa della crisi, i club boccheggiano. Cosa pensa di fare per aiutarli?
«Investire nei comitati regionali. Rafforzarli per rafforzare i club, fornendo loro tecnici e servizi».

In questi anni ha condiviso la gestione federale del presidente Dondi: c’è un errore che non rifarebbe?
«Di errori ce ne sono stati. Chi non li commette? Se lavori e fai il 30% di errori, hai fatto bene. La gestione Dondi è stata estremamente positiva, viceversa il gap tra noi e l’elite mondiale sarebbe cresciuto».

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