Olimpiadi Londra 2012: Italia è il momento di svegliarsi

I Giochi inglesi evidenziano delle ovvietà che il movimento azzurro non può ignorare.

Banalità e ovvietà. Questo post ne sarà ricco, lo so e me ne scuso. Purtroppo, però, a volte mettere nero su bianco il concetto più lapalissiano serve a imprimerlo nella mente e a farlo comprendere a chi, forse, non si è mai fermato a ragionarci. Parliamo, dunque, di Olimpiadi, di visibilità mediatica e di rugby seven.

I XXX Giochi olimpici di Londra stanno volgendo al termine. Sono state delle Olimpiadi particolari per il mondo ovale. Sono, infatti, gli ultimi Cinque Cerchi in cui il rugby sarà solo spettatore, ma sono anche i primi in cui – come ha sottolineato il presidente Lapasset – il mondo rugbistico è conscio di diventare a breve disciplina olimpica. E, così, anche gli addetti ai lavori del rugby hanno guardato queste Olimpiadi diversamente rispetto al passato.

E quello che, personalmente, ho notato è, come detto, banale. Le due settimane olimpiche hanno avuto – e stanno avendo – una visibilità mediatica come nessun altro evento sportivo al mondo. Due miliardi di persone hanno visto Usain Bolt dominare la finale dei 100 metri, ma anche gli sport minori, di solito abituati a restare nell’ombra, godono del loro quarto d’ora di notorietà. Un’opportunità, dunque, incredibile quella che il rugby avrà tra quattro anni, a Rio de Janeiro, quando scenderà in campo. Una banalità, come detto, ma da ricordare. Lo sport, se diventa olimpico, ha un’occasione di diventare famoso come mai potrebbe avere altrove.

Ma c’è un’altra ovvietà che balza agli occhi. In Italia, infatti, negli ultimi giorni siamo diventati tutti esperti di dressage, abbiamo scoperto che esistono un’infinità di tipi di armi – da fuoco o bianche – e abbiamo scoperto che gli italiani sanno usarle particolarmente bene. Ci siamo esaltati con le ragazze del beach volley e con i ragazzi della boxe. E abbiamo scoperto che i media, sia televisivi sia cartecei, e ancor più il web, si sono quasi scordati che esiste il calcio. Il pallone tondo non sta avendo la eco abituale, nonostante sia alle Olimpiadi. Così come non abbiamo visto sulla Rai molto hockey su prato, non abbiamo letto quasi nulla sulla lotta greco-romana (dove pure abbiamo una grande tradizione) e se non ci fossero stati i biscotti asiatici forse ci saremmo pure scordati che il badminton è sport olimpico. Perché? Risposta – anche questa – banale. Perché l’Italia non partecipava a questi sport. Già, in Italia – ma anche nel resto del mondo – la visibilità mediatica la conquistano quelle discipline in cui possiamo tifare per i nostri rappresentanti. Magari senza possibilità di medaglia, ma comunque dove ci sono i colori azzurri. Altrimenti si rischia di finire nell’oblio olimpico, schiacciati dalle altre discipline.

Ecco, dunque, la grande banalità e ovvietà. L’Italia ovale deve darsi una sveglia e correre velocemente alla rincorsa di tutte quelle nazioni europee che del rugby seven hanno già fatto una bandiera. Quelle nazioni, magari dalla tradizione ovale inferiore alla nostra, che però hanno capito l’importanza delle Olimpiadi. Creare una struttura tecnica di alto livello, una struttura organizzativa ad hoc, una struttura comunicativa dedicata e promuovere il rugby a sette fin da subito. Forse, probabilmente, quasi certamente siamo già in troppo ritardo per Rio 2016, ma le Olimpiadi del 2020 sono un traguardo obbligato. Perché, come diceva Pierre de Coubertin, l’importante è partecipare.

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