Bersani-Renzi, finta tregua. E se nel governo entra D’Alema?

Vale sempre l’ammonimento del “grande timoniere” Mao: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”? Non vale per la sinistra e soprattutto non vale per il Partito Democratico, certo – a meno di due mesi dal voto – di avere già la vittoria in tasca, anzi di fare il classico “cappotto”. La storia pare

Vale sempre l’ammonimento del “grande timoniere” Mao: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”? Non vale per la sinistra e soprattutto non vale per il Partito Democratico, certo – a meno di due mesi dal voto – di avere già la vittoria in tasca, anzi di fare il classico “cappotto”.

La storia pare non insegnare nulla a Pier Luigi Bersani e soprattutto ai suoi nuovi supporters (molti già con il biglietto sicuro per uno scranno a Montecitorio), una storia lunga 60 anni, dalle elezioni del 1948 (trionfo della Dc e doccia gelata per il Fronte Popolare di Pci-Psi convinti di stravincere) a quelle del 2006 (con Prodi vincitore solo per una manciata di voti) che dovrebbe non dare nulla per scontato, specie in una situazione in grande fermento politico come l’attuale.

I sondaggi sono come le previsioni meteo, valgono fino a quando ci azzeccano e, a lungo termine, possono liquefarsi come neve al sole. Nel Pd è ammirevole lo sforzo di Bersani per mettere tutti alla stanga a favore della “ditta” facendo giocare (quasi) tutti nella prima squadra – a cominciare dal “rottamatore” Matteo Renzi, anche se presto i nodi verranno al pettine.

A differenza di altri leader della sinistra (nel Pci Togliatti e Berlinguer costruivano l’unità interna basandosi sulla politica, mettendo in linea tutti sulla linea strategica), Bersani gioca a uomo, punta sulle singole persone, procede alla giornata, a zig zag, mettendo sul piatto ai singoli esponenti del partito l’interesse generale del Pd (anche a favore del Paese) e le convenienze personali per chi “fa il bravo”.

Il segretario si muove su un terreno minato, dovendo tamponare tentativi di fuga dal Pd verso la lista Monti da una parte, e verso Sel, dall’altra. Forse è per non scoprirsi che, ad esempio, nulla traspare sulla composizione ministeriale del futuro e prevedibile governo dopo il voto. Qui facciamo solo un esempio e riguarda Renzi. Se, come pare, nel nuovo esecutivo dovesse far parte Massimo D’Alema in qualità di Ministro degli Esteri, che peso ha avuto la battaglia del “rottamatore” con il suo 40% di consensi alle primarie?

La questione è politica e merita una risposta politica, anche perché solo gli “ingenui” o i “fans” possono credere al patto del “lambrusco” sancito ieri in una nota trattoria romana fra il vincitore e lo sconfitto delle primarie.

Delle due l’una: o poche settimane addietro Renzi è stato solo un “bischero” per spaventare Bersani e gettare scompiglio nell’apparato pidì o adesso ha scelto una ritirata tattica, in attesa dell’evolversi degli eventi. Perché il Pd – se davvero governerà il Paese – dovrà decidere cosa fare (lavoro, economia, welfare, giustizia) e con chi stare (Monti o la Cgil?). Ecco perché Renzi tornerà presto a farsi sentire. E a Bersani si rizzeranno i (pochi) capelli.