Casini, “stop” a Bersani. Pierferdy o Pierfurby?

Anno nuovo vita nuova, anche per il leader Udc Pier Ferdinando Casini che, doppiato il capo della notte di San Silvestro, alza la voce per farsi sentire: “Bersani premier solo se il Pd ottiene la maggioranza alla Camera e al Senato”. Come dire, Bersani non passa, avanti tutta con Mario Monti a Palazzo Chigi. Pierferdy

Anno nuovo vita nuova, anche per il leader Udc Pier Ferdinando Casini che, doppiato il capo della notte di San Silvestro, alza la voce per farsi sentire: “Bersani premier solo se il Pd ottiene la maggioranza alla Camera e al Senato”. Come dire, Bersani non passa, avanti tutta con Mario Monti a Palazzo Chigi.

Pierferdy non aveva bisogno di gettare anche questa maschera per far capire le sue intenzioni, legittime ma politicamente sproporzionate. Casini punta in alto: “Non porsi l’obiettivo maggioritario significa accettare la subalternità”. Già, vale per tutti i partiti. Ma non è questa la solita furbata italica per andare al mulino con la farina altrui?

Il partito di Casini, senza la salita in politica del Prof e relativa “alleanza”, difficilmente avrebbe superato la soglia di sbarramento elettorale, per cui un pigmeo non può trasformarsi in gigante senza pagare dazio. Già, ma chi pagherà dazio alle urne e dopo?

Dice sempre Casini: “Noi non saremo subalterni al Pd, loro hanno nostalgia di un piccolo centro. In Bersani traspare la nostalgia per un centro che è più che altro un centrino”. Prima della scelta di Monti, quindi fino a pochi giorni addietro, conscio del rischio scomparsa, Casini sfogliava la margherita, indeciso nel scegliere la strada verso destra o verso il centro sinistra, ben attento a non scontentare i suoi boss locali e i capibastone, gente ben (tristemente) nota, che il Prof difficilmente riuscirà a eliminare dalle liste in formazione.

Inoltre, non è certo colpa di Bersani, se l’Udc – pur con lo Scudo crociato e il nome del suo leader nel simbolo- non è mai andata oltre l’espressione politica ed elettorale del “piccolo centro”, una terra di mezzo che è servita ai notabili Udc per accaparrarsi il potere usando, per lo più in termini spregiudicati quando non ricattatori, la logica dei “due forni”.

L’auspicio di Casini rischia di restare tale (“La nostra operazione punta a rinnovare la politica e i partiti”) perché questo disco rotto gira da anni, con promesse di rinnovamento mai mantenute, lasciando l’Udc con tutti i vizi della vecchia Dc da basso impero, non conservandone neppure un pregio. Ma Casini, in una intervista ad Avvenire, va oltre, rifiutando nettamente l’ipotesi di un patto esclusivo Monti-Pd per una legislatura Costituente: “”Non Pd-Monti, semmai un grande patto tra tutte le forze politiche. Anche con il Pdl, la Lega, direi anche con Grillo”. Parole di un leader in odore di statista? Macchè! Il solito Pierferdy tornato il solito Pierfurby.