Agenda Monti: per il ministro Barca “non serve”

Il ministro Barca e gli economisti Alesina e Giavazzi contro il programma del premier

di guido

Non tutti i tecnici la pensano allo stesso modo, e l’Agenda Monti comincia ad avere i suoi critici anche al di fuori del mondo politico e sindacale. C’è chi, come il ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca, per ovvi motivi di opportunità, non si schiera contro l’Agenda del premier, ma fa dei chiari distinguo. Ed è finora il primo ministro del governo tecnico a prendere le distanze dalla discesa in campo di Monti: in un’intervista a La Stampa, Barca, che viene dato come probabile ministro anche in un eventuale governo Bersani, spiega:

Alla parola “agenda” preferisco la parola “metodo”. La chance dell’Italia di ripartire dipende da questo, non dalla lista di cose da fare. Che sono peraltro arcinote.

e non risparmia critiche al suo stesso governo:

Per quanto bravi possano essere i tecnici, la loro conoscenza è limitata rispetto alla straordinaria vivacità della società


E, entrando nel merito, puntualizza perché non condivide del tutto l’agenda: in primo luogo il nodo del lavoro, perché Monti ne parla “come se non ci fosse stata la riforma Fornero”. E riguardo le critiche a Vendola e Cgil:

Vendola non è un conservatore, le cose che ha fatto in Puglia per i giovani, per la scuola e la ricerca sono interventi radicali, ma penso che ce ne vorrebbero anche per tutta l’Italia.

A criticare nel merito l’Agenda Monti ci pensano anche, sul Corriere di oggi, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Lo stesso Giavazzi che è stato, per il governo Monti, consulente per gli aiuti alle imprese. Quello che criticano i due editorialisti è il “troppo Stato” nell’Agenda.

Abbassare la pressione fiscale al livello della Germania, si spiega nell’articolo, significherebbe fare tagli per 65 miliardi, mentre per riportarla al livello degli anni ’70 il taglio dovrebbe essere di 244 miliardi. Ma l’Agenda Monti, così come il governo tecnico, a parte la spending review (12 miliardi di tagli, più altri 12 futuri secondo l’Agenda), si muove nella direzione opposta, ovvero nell’aumento del peso dello Stato. E fanno l’esempio della Snam rete gas, l’azienda che distribuisce il gas, che sotto il governo Monti è passata dall’Eni, di cui lo stato controlla il 30%, alla Cassa depositi e prestiti, controllata per il 70%.