Agenda Monti, Ichino e la polemica: «Molte idee sono le mie»

Il giuslavorista del Pd lascia il partito e si annuncia a capo di una lista in Lombardia “per l’agenda Monti”.

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La polemica vola velocemente sul web e arriva al giornalismo mainstream: stiamo parlando, naturalmente, di quel file dell’Agenda Monti (a questo punto maldestramente) diffuso dal CorSera online con il nome di Pietro Ichino nelle proprietà del pdf.

L’ex Pd chiarisce all’Adnkronos il suo punto di vista:

«Non c’è nessun mistero, nè alcun giallo: tutto è stato fatto alla luce del sole. Molte delle tesi esposte nel “manifesto” di Monti sono le stesse di un documento che ho presentato il 29 settembre scorso in un’assemblea pubblica e sottoscritto da diversi parlamentari del Pd. Per quel che riguarda il lavoro, ad esempio, il documento di Monti e il nostro, che si chiamava l’Agenda Monti al centro della prossima legislatura, sono praticamente sovrapponibili».

Sovrapponibili forse non è la dicitura esatta. La dicitura esatta è: le stesse.

Il nome di Pietro Ichino, già associato per questioni digitali all’agenda Monti, torna a tener banco. Perché il senatore del Pd, già deputato nelle fila del PCI dal 1979 al 1983, ha annunciato il suo strappo dal Partito Democratico per prepararsi alla candidatura in una fantomatica lista Per l’Agenda Monti.

Lo annuncia lui stesso sul suo sito, in un post che fa seguito a quello del 21 dicembre, in cui Ichino spiegava di aver deciso di non candidarsi alle primarie per i parlamentari del Pd.

Per Ichino si tratta di una scelta di coerenza e di chiarezza: la sua è stata – dice lui – una «tormentatissima settimana». Al termine della quale è arrivata una nuova possibilità:

«In seguito alla scelta di ritirare la mia candidatura alle primarie dei candidati del Pd, mi è stato proposto di assumere la guida della lista “per l’Agenda Monti” per l’elezione del Senato in Lombardia: una lista in cui si esprimerà – qui come in tutte le altre regioni italiane – quella larga parte della società civile che rifiuta il populismo sostanzialmente antieuropeo di Berlusconi e della Lega, ma al tempo stesso è preoccupata dall’ambiguità della posizione del Pd».


Il passato politico di Ichino, secondo lui, non è affatto incoerente con questa decisione (è evidente a tutti, anche se molti commentatori di destra fingono di dire che l’agenda Monti sia di sinistra, che lo schieramento montiano afferisce a una tradizione di centro e di destra), ma siccome evidentemente teme che qualcuno possa farglielo notare, mette le mani avanti:

«L’adesione a un partito non può mai diventare una sorta di atto di fede vincolante qualsiasi cosa accada. Esiste un limite oltre il quale l’adesione stessa, se in contrasto con la linea d’azione che si considera la migliore, può diventare una forma di doppiezza politica inaccettabile».

Il passo successivo, alla luce del fatto che il nome di Pietro Ichino appare almeno su una delle versioni pdf del documento messo in rete (quello reso disponibile dal CorSera, che, guardate un po’, si chiamava proprio memorandum), fa quantomeno sorridere:

«Decisiva per il compimento di questo passo è stata poi la constatazione della straordinaria consonanza di molti passaggi del memorandum proposto da Mario Monti con idee e proposte sul lavoro, il welfare, le amministrazioni pubbliche, la scuola, ben conosciute dai frequentatori di questo sito; e credo che pure gran parte di quel 40 per cento dei partecipanti alle primarie che hanno votato per Renzi ci si riconoscerà facilmente».

Ammicca persino a Renzi, Ichino. E attacca Vendola (che ha interpretato la Carta d’Intenti del Centrosinistra come pietra tombale degli impegni presi con l’Unione Europea e l’ambiguità del Pd. Con il quale, però, non vuole affatto tagliare i ponti. Anzi, con un equilibrismo politico che pareggia quelli che vediamo in questi ultimi giorni, si augura un chiarimento che

«porti a una coalizione tra lo stesso Pd e la nuova formazione che nascerà da queste elezioni, per dar vita a un governo stabile e determinato nel perseguimento della strategia europea dell’Italia. Meglio se ciò accadrà prima delle elezioni, piuttosto che dopo: gli elettori hanno diritto di sapere con precisione per che cosa votano».

Sull’ultima parte non si può che dirsi perfettamente d’accordo. Gli elettori avrebbero questo diritto e avrebbero anche il diritto di votare con una legge elettorale che consentisse loro di incidere veramente col proprio voto. Ma la coerenza e la chiarezza che i politici si richiedono fra loro a parole non sono quelle che offrono, coi fatti, agli elettori.

Sono un’altra coerenza e un’altra chiarezza, svuotate del loro significato.