Filippo Graviano sta rispondendo: la parola a Cosa Nostra al Processo Dell’utri

Sta parlando Filippo Graviano. Il processo Dell’Utri ha avuto il suo picco di attenzioni mediatiche settimana scorsa, con la deposizione di Gaspare Spatuzza. Ma oggi – proprio in questi minuti – il processo riparte, e verranno ascoltati i fratelli Graviano – boss di Brancaccio, quartiere di Palermo a inizio anni novanta epicentro delle strategia stragista

Sta parlando Filippo Graviano. Il processo Dell’Utri ha avuto il suo picco di attenzioni mediatiche settimana scorsa, con la deposizione di Gaspare Spatuzza. Ma oggi – proprio in questi minuti – il processo riparte, e verranno ascoltati i fratelli Graviano – boss di Brancaccio, quartiere di Palermo a inizio anni novanta epicentro delle strategia stragista di Cosa Nostra – e Cosimo Lo Nigro.

Se di Gaspare Spatuzza, abbiamo scritto spesso in passato – una quarantina di omicidi sulle spalle, tra cui quello di Don Puglisi e del piccolo Giuseppe di Matteo sciolto nell’acido – dei fratelli Graviano e di Cosimo Lo Nigro si è scritto meno. Giuseppe e Filippo Graviano sono ritenuti responsabili, per dirne un paio, delle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Cosimo Lo Nigro invece appartiene a una famiglia ben nota alle forze dell’ordine. Leggete questo pezzo di Hercole in cui si commenta l’arresto di un suo omonimo – un cugino – salta fuori un albero genealogico lombrosiano…

Cosimo Lo Nigro è inserito in una famiglia mafiosa che ha fatto parlare a lungo di sè: il fratello, Antonio Lo Nigro, boss mafioso emergente, è stato recentemente arrestato dopo poco più di un anno di latitanza; lo zio Pietro è un trafficante internazionale di droga che anni fa rimase coinvolto in un’attività di polizia che portò all’individuazione di una rete di approvvigionamento di hashish dal Marocco tramite l’utilizzo di pescherecci in partenza dal porto di Mazara del Vallo (Trapani); il cugino Cosimo, suo omonimo, invece risulta essere un uomo del gruppo di fuoco facente capo al noto boss mafioso Leoluca Bagarella e che partecipò attivamente, tra le altre cose, alle attività criminali legate all’omicidio di padre Pino Puglisi ed alle stragi del ’93; un altro cugino, Antonio Lo Nigro, è stato arrestato nel giugno dello scorso anno, sempre dagli uomini dell’antidroga della squadra mobile, dopo una latitanza durata circa 2 anni, dopo una condanna a 17 anni per un traffico internazionale di droga interrotto grazie all’operazione “Cous Cous”, mostrando forti legami con soggetti appartenenti alla ‘Ndrangheta calabrese. Infine, lo stesso Cosimo è genero di Francesco Tagliavia, detenuto e condannato all’ergastolo per la strage che ha portato all’uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta

Ma torniamo ai fratelli Graviano, tirati in ballo da Gaspare Spatuzza a proposito di alcuni “sentito dire”: in sintesi, Spatuzza dichiara che Giuseppe Graviano gli riferì che Berlusconi e Dell’Utri gli avevano lasciato l’Italia in mano. Possibile? Secondo molti detrattori – che non vogliono neanche lasciar tempo alla magistratura di accertare i fatti – no. Eppure ci si dimentica sempre di un altro collaboratore di giustizia che avrebbe affermato – proprio come ha fatto Spatuzza – un collegamento diretto tra Cosa Nostra ed Arcore.

O meglio: tra i Graviano, un imprenditore palermitano Gianni Ienna, e Silvio Berlusconi – ma più probabilmente con l’uomo che è stato il suo secondo per molti anni, ovvero Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Se ne parlava nel 2002, sette anni fa. Torna utile questo pezzo dell’archivio di Repubblica:

Nell’interrogatorio dell’8 novembre Giuffrè sostiene che il senatore avrebbe ricevuto appoggio elettorale nelle elezioni del ’99. Come? Racconta Giuffrè che Provenzano sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano l’organizzazione mafiosa: l’abolizione del regime carcerario del 41 bis, la revisione dei processi, la legge sui collaboratori di giustizia, la legge sul sequestro dei beni. Il pentito ha aggiunto che Provenzano voleva ottenere anche l’alleggerimento della pressione sulle cosche da parte della magistratura. Giuffrè dice di aver appreso queste notizie direttamente da Provenzano nel gennaio ’93; il capo di Cosa nostra gli avrebbe assicurato che questi nuovi referenti politici nell’arco di dieci anni avrebbero fatto ottenere questi risultati.

Sul rapporto tra Cosa nostra e quella che il pentito definisce “nuova formazione politica” e che poi esplicita essere Forza Italia, Giuffrè dice: “Vi sono state due fasi. Quella dell’acquisizione delle ‘garanzie’ e quella della ricerca dei referenti ‘giusti’ sul territorio per le varie elezioni, e cioè candidati almeno apparentemente ‘puliti’, non dovevano essere sotto inchiesta della magistratura, e quindi non potevano avere alcun timore a portare avanti la politica che interessava a Cosa nostra”.

Giuffrè parla inoltre “delle strade per giungere ai vertici del nuovo partito”. Quindi aggiunge “I boss Filippo e Giuseppe Graviano insieme all’imprenditore Gianni Ienna facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra e Berlusconi”. “Sin da allora” prosegue Giuffrè “sapevamo il discorso dello stalliere, sapevamo di Mangano che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo già da tempo che c’era un certo contatto tra Cosa nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa”.

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