Gli speciali di Crimeblog: la Trattativa Stato-Mafia – Seconda parte

(qui la prima parte dello speciale Stato-Mafia)L’inizio della Trattativa Stato-Mafia. Dopo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone, uno degli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra, lo Stato si trova a dover dare una risposta forte ed istituzionale. Succede così che il Ministro dell’Interno Scotti e quello di Grazia

di fabio


(qui la prima parte dello speciale Stato-Mafia)

L’inizio della Trattativa Stato-Mafia. Dopo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone, uno degli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra, lo Stato si trova a dover dare una risposta forte ed istituzionale. Succede così che il Ministro dell’Interno Scotti e quello di Grazia e Giustizia Martelli preparino un decreto antimafia con concede benefici ai pentiti ed introduce il regime del carcere duro per i mafiosi (il futuro 41 bis), proprio grazie alla collaborazione interna di Giovanni Falcone, troppo spesso tacciato di “collaborazionismo”.

In questi ultimi mesi si è venuto a sapere, soprattutto grazie alle dichiarazioni dello stesso Claudio Martelli, che due ufficiali dei Ros – Mori e De Donno – hanno frequenti colloqui investigativi con Vito Ciancimino per fargli fare da tramite con i boss Riina e Provenzano. Attraverso le versioni di Massimo Ciancimino ed i pentiti, su tutti Brusca, si sa che le trattative iniziano proprio qui. Si parla chiaramente di un incontro tra De Donno – mai smentito – con Massimo Cianciamino da dove sarebbe partito tutto.

I carabinieri del Ros vogliono sondare la disponibilità alla collaborazione di Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo. De Donno e Mori avevano arrestato anni prima Vito Ciancimino e conoscono bene Massimo. Più avanti si scoprirà che la trattativa attraverso Vito Ciancimino proseguì in maniera spedita dopo il periodo stragista, sino alla scelta di una “versione concordata” che potesse coprirrne i veri intenti e l’oscura vicenda sulla cattura di Riina.

Ma cronologicamente siamo ancora al periodo successivo la strage di Capaci. Nelle sue dichiarazioni Martelli riferisce che in questo periodo il capitano De Donno incontra Liliana Ferraro, segretaria del Ministero di Grazia e Giustizia, e le riferisce che Massimo Ciancimino vuole delle garanzie politiche per conto del padre Vito. Queste garanzie politiche hanno due nomi ben precisi, stando alle dichiarazioni di Brusca e Ciancimino Jr.: Nicola Mancino e Luciano Violante. Una copertura politica da maggioranza e opposizione, il primo stava per diventare Ministro dell’Interno, l’altro in quel momento era presidente dell’antimafia. Entrambi hanno sempre negato, come vedremo, anche se Violante si è ricordato soltanto quest’anno che Mori voleva fargli incontrare Vito Ciancimino. Ma i magistrati non furono avvertiti.

La Ferraro indirizza De Donno verso il magistrato competente, che era Paolo Borsellino.

Il 1° luglio Paolo Borsellino si reca a Roma per interrogare Gaspare Mutolo, pentito di mafia dall’anno prima. Mutolo gli preannuncia alcune rivelazioni su alcuni rapporti di giudici con Cosa Nostra, come Carnevale, Signorino e Bruno Contrada, ex numero tre del SISDE, quest’ultimo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo quest’incontro Borsellino viene chiamato al Ministero dell’Interno dove si sta insediando Nicola Mancino, nell’agenda grigia di Borsellino – quella degli appuntamenti – c’è l’annotazione dell’incontro: 18,30 Parisi. 19,30 Mancino.

Quest’ultimo ha sempre negato di aver avuto l’incontro con il magistrato, agli atti una dichiarazione durante un interrogatorio alla procura di Caltanissetta del ’98:

“Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza”.

Quest’estate però il magistrato Giuseppe Ayala dichiara che Mancino gli ha confessato di aver avuto incontrato Paolo Borsellino proprio quel giorno:

“Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero.”

Poi, per qualche motivo, neanche dieci giorni dopo è costretto a smentire la sua stessa versione. Contemporaneamente l’avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò dice di ricordare molto bene quella circostanza, dato che fu proprio lui stesso ad accompagnare Paolo Borsellino nella stanza del neo-ministro dell’Interno Mancino, averlo visto entrare ed uscire dopo poco. Chi mente, allora?

Questo particolare è molto importante perché i magistrati sono attualmente convinti che Borsellino fu informato della trattativa tra Stato e mafia e della linea “morbida” che avrebbero voluto seguire le istituzioni. L’ipotesi investigativa è che Borsellino sapesse della trattativa e si fosse opposto con forza. Che Borsellino fosse a conoscenza della trattativa è ormai una certezza. Per mettere in atto alcune richieste messe sul piatto da Cosa Nostra, come ad esempio togliere il regime di carcere duro, c’era bisogno di un giudice di Palermo. E Borsellino era proprio a Palermo e diventa quindi l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa, Riina lo capisce – o glielo fanno capire – e decide di eseguire quella sentenza di morte che Borsellino sapeva già essere stata scritta nei suoi confronti.

(continua…)

Ultime notizie su Mafia

Tutto su Mafia →