Strage di Newton – il “dobbiamo cambiare” di Obama e le controversie del Secondo emendamento

“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.”

“Non possiamo più tollerare tragedie come queste. Dobbiamo cambiare. Farò qualsiasi cosa sia in mio potere, per bloccare il massacro. Siamo pronti a dire che simili atti di violenza, che visitano i nostri bambini, anno dopo anno, siano in qualche modo il prezzo della nostra libertà?”, queste le parole di Barack Obama. Ciclicamente, dopo ogni strage tipicamente statunitense come quella della scuola di Newton, il tema della libertà dei cittadini di possedere armi da fuoco torna d’attualità. E se in quel momento alla Casa Bianca c’è un presidente democratico è facile che qualche ipotesi di ‘gun control’ venga presa in considerazione. Di solito, poi, non succede nulla. Anche adesso si sta ripetendo il copione, mentre a Washington i deputati democratici parlano apertamente di una nuova legge.

Difficile dire come andrà a finire, ancora più difficile che davvero si mettano in campo delle serie restrizioni al possesso di armi da parte dei cittadini. Ce la si può prendere con il potere innegabile delle lobby pro-armi, tra cui la più influente è la National Rifle Association, ma la questione non è così semplice: il Secondo emendamente ha per la maggioranza degli statunitensi un valore quasi sacro. Non è un caso che Obama nel suo discorso citi apertamente ‘il prezzo da pagare per la libertà’. Negli Usa poter portare un’arma è un gesto di libertà: e per capirne la ragione bisogna prima prendere in considerazione il contesto in cui nasce il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, nata dopo la Guerra d’Indipendenza e scritta nel 1791.

Armare i cittadini è necessario per rendere la popolazione in grado di difendersi dalle potenze straniere che minacciavano l’indipendenza appena conquistata. E infatti il Secondo emendamento – che per gli statunitensi vale quanto la libertà d’espressione o il diritto di voto – recita:

“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.”

Da qui nascono le controversie interpretative. Il diritto dei cittadini a portare armi dev’essere garantito nel momento in cui si forma una milizia, o dev’essere sempre consentito, in modo che i cittadini possano – nel momento del bisogno – costituirsi in milizia? E’ chiaro come questa seconda ipotesi abbia sempre avuto il sopravvento. La discussione sul tema non si è mai spenta, anche se ha subito un duro colpo nel 2008, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale la legge del Distretto di Columbia che vietava ai residenti il possesso di armi da fuoco. Annullando così la norma che da 32 anni proibiva di tenere in casa pistole per la difesa personale nella città di Washington e nei suoi sobborghi e fornendo un’interpretazione netta su quello che il Secondo emendamento significa.

Per questo gli statunitensi rivendicano il loro diritto a portare armi, anche pagando il prezzo delle stragi che periodicamente li colpiscono. Quando fu scritta la Costituzione il contesto era quello della dominazione inglese, ma il concetto che si è radicato nello spirito americano è quello di porre nelle mani del cittadino il potere di ribellarsi ad ogni tipo di governo ingiusto. Un diritto criticabile e per noi incomprensibile, ma che ha le sue radici nel pensiero politico di autori come Locke. Ed è per questo che limitare il possesso d’armi non è solo una questione di lobby, ma – secondo molti americani – un vero attentato ai diritti inalienabili del cittadino.

Certo, poi è difficile comprendere posizioni estreme come quella di Larry Pratt, executive director di “Gun Owners of America”: secondo cui la colpa delle stragi non è data dal fatto che negli Stati Uniti ci siano troppe armi, ma dal fatto che alcune comunità ne posseggono troppo poche. Secondo questa versione i massacri avverrebbero soprattutto nelle zone dove più severe sono le leggi per limitare l’uso di pistole e fucili. E anche chi sta dall’altra parte della barricata propone ipotesi di ‘gun control’ comunque molto blande. Le riporta il Fatto Quotidiano:

Dianne Feinstein, senatrice democratica della California, ha spiegato di voler introdurre, il primo giorno della nuova legislatura, in gennaio, “un progetto di legge che metta al bando le armi d’assalto”. Sulle stesse posizioni un altro democratico, Chuck Schumer, senatore di New York, secondo cui “bisogna limitare i caricatori a non più di dieci proiettili, e rendere più difficile la vendita delle armi a persone instabili mentalmente”

Armi d’assalto vietate, caricatori più piccoli e attenzione alle personi instabili. Anche adesso, nel momento delle emozioni, le ipotesi che circolano non contemplano mai il semplice e completo divieto di comprare armi. E non potrebbe andare diversamente: Carta canta.

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