Giornalismo 2.0 a chi?

Ci sono due vittime in questa storia: giornalismo e lettori. Tutto questo non farà che alimentare la crisi.

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La polemica, probabilmente, è più da addetti ai lavori che altro. Ma visto che si svolge su un paio di servizi social (Twitter e Facebook), di fatto coinvolge anche i lettori. Di cosa stiamo parlando? Semplice: della questione Virginia Raggi-Unità.

Fatti:

– l’Unità pubblica il famigerato video di “Meno male che Silvio c’è” e si chiede se una delle comparse del video non sia proprio Virginia Raggi (candidata sindaco di Roma per il M5S)

– il pezzo diventa “virale”

– Virginia Raggi smentisce

– l’Unità specifica nel pezzo che Raggi ha smentito

il Corriere.it intervista il direttore dell’Unità, qui le sue dichiarazioni:

Non avete pensato ad una rettifica quando la Raggi vi ha smentito?
«No, perché non è un’operazione politica, ma è giornalismo 2.0».
Vuol dire che non si fanno più verifiche?
«Voglio dire che la comunicazione social punta molto sulla quantità e sulla velocità. Sono sicuro che anche il Corriere.it avrebbe caricato il video».
Ma lei non crede che potevate controllare?
«La somiglianza è oggettiva e i social pieni di “smanettoni” che segnalano foto e video. Questo è accaduto».
Ha richiamato il responsabile del suo sito?
«No, perché ha fatto bene a pubblicare quel video».
Ha fatto bene a pubblicare una «bufala»?
«Il web ha modificato profondamente il giornalismo, sui siti e sui social gira di tutto».

– Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, si scusa con Virginia Raggi, via Facebook

– Erasmo D’Angelis, direttore dell’Unità, ribatte via Twitter

– I commenti al Tweet di D’Angelis sono un trionfo di hate speech
– Enzo Iacopino specifica ulteriormente via Facebook

Commento:

Ci sono due vittime collaterali, in tutta questa storia, che è emblematica di quel che vediamo succedere tutti i giorni nel mondo del giornalismo, con un progressivo aggravarsi delle cattive pratiche – in senso quantitativo. Non è che “prima” le cattive pratiche non ci fossero.

Le vittime sono il giornalismo e i lettori. E l’effetto collaterale è il progressivo allontanamento del lettore da noi giornalisti. Da quello che scriviamo, da quello che facciamo.

Il giornalismo “social” non c’entra niente. Il giornalismo è giornalismo, indipendentemente dalla piattaforma su cui viene proposto. Pensare che tanto si possa mettere un video con un’insinuazione (sarebbe bastato chiamare la diretta interessata e avere subito una sua dichiarazione in merito) perché tanto “sui social funziona così” è un colpo al cuore della professione. Abdicare al nostro ruolo di intermediazione fra una cosa che dicono tutti e il rispetto della verità sostanziale dei fatti e della verifica delle fonti è la cosa peggiore che si possa fare.

Tutto questo non farà che alimentare la crisi in cui versa l’universo giornalistico, a tutti i livelli.

Non la risolverà, non può risolverla. La peggiorerà.

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