Salgono le spese militari nel mondo: Europa dell’Est e Asia investono di più

Secondo il Sipri di Stoccolma si inverte la contrazione incominciata nel 2011. Nel 2015 investiti in armi 1.676 miliardi di dollari

La spesa militare mondiale, nel suo complesso, ha taccato quota 1.676 miliardi di dollari nel 2015: +1% rispetto al 2014. Si tratta di una cifra pari al 2,3% del Pil mondiale e all’incirca pari al valore del reddito dell’Italia. Era dal 2011 che gli investimenti nel settore militare non subivano un incremento.

I dati, diffusi oggi dal think tank Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), rappresentano una decisa inversione di tendenza rispetto al passato. Se, infatti, tra il 1998 e il 2011 c’era stato un crescente aumento della vendita di armi, da quel momento in poi si era registrato un certo decremento. Probabilmente, quando si sono attenuati gli effetti della crisi economica globale, gli investimenti nel settore sono tornati a salire. E, presi in considerazioni i vari teatri di guerra presenti in Africa e in Medio Oriente, non ce ne stupiamo.

Tuttavia, c’è da dire che l’Europa occidentale e gli Stati Uniti continuano a registrare una contrazione delle spese militari. Gli aumenti più significativi, invece, ci sono stati in Europa orientale, in Oceania e in quei paesi del Medio Oriente per i quali il Sipri ha a disposizione dati attendibili.

I maggiori acquirenti di armi rimangono gli stessi dell’anno passato. Al primo posto gli Stati Uniti con 524 milioni di dollari. A seguire la Cina (215 milioni) e l’Arabia Saudita (87,2). Al dodicesimo posto l’Italia.

Da segnalare anche il fatto che Regno Unito, Francia e Germania, le tre più grandi potenze militari della Ue, hanno annunciato piani per un modesto aumento della spesa nei prossimi anni. Questo aumento è in linea con le ripetute raccomandazioni della Nato.

“La spesa militare nel 2015 mostra variazioni di segno opposto”, dice il responsabile del progetto sulle spese militare del Sipri, Sam Perlo Freeman. E aggiunge: “ciò riflette l’escalation di conflitti e tensioni in molte parti del mondo, ma è collegato anche al petrolio”. Il basso costo del greggio e l’aumento del terrorismo e delle guerre, che producono instabilità, hanno senz’altro creato le condizioni per investire di più in armi.