Francia: proteste e scioperi contro la riforma del lavoro. Scontri tra dimostranti e polizia (Video)

Da Parigi a Marsiglia, lavoratori e sindacati in piazza contro il Jobs Act di Hollande

Dopo le proteste di inizio marzo, lavoratori e studenti tornano in piazza per protestare contro il “Jobs Act” di Francois Hollande. A Parigi, c’è stato uno sciopero dei trasporti, le università sono rimaste chiuse, le scuole sono state occupate. Si sono registrati anche scontri tra dimostranti e forze dell’ordine.

Secondo gli organizzatori ad aderire alle manifestazioni sono state un milione di persone, per la polizia circa 400 mila. Ma al di là delle cifre, è innegabile che le proteste abbiano visto una buona partecipazione, mentre i sondaggi dicono ancora una volta che la popolarità del presidente e dell’esecutivo sono in ribasso.

Sulla riforma del lavoro francese, che si ispira a quella voluta da Renzi in Italia, sia Hollande sia il premier Maneul Valls si giocano il loro futuro politico. In ogni caso, la proposta che vede la revisione della settimana lavorativa e del sistema degli straordinari e l’aumento delle causali per i licenziamenti di tipo economico non è piaciuta affatto ai sindacati e all’ala sinistra del Partito Socialista.

Il premier aveva provato un mediazione nei giorni scorsi, provando a ritirare gli articoli più controversi della legge. Tale apertura, però, non è stata sufficiente. E così una serie di manifestazioni, nello stesso giorno in cui Hollande è stato costretto a ritirare le misure anti-terrorismo, hanno attraversato il paese: da Parigi a Marsiglia fino a Nantes. In tutte le città, le dimostrazioni hanno avuto momenti di forte tensione. Ci sono stati decine di fermi per lancio di oggetti e per “porto d’armi” nelle banlieue.

Valls, questa mattina ad Rtl, ha comunque detto che il governo andrà avanti. Il primo ministro ha ribadito il Parlamento varerà un “buon testo”. Ma è probabile che il documento debba essere ulteriormente emendato in tempi brevi. Hollande ha necessità di fare in fretta: le elezioni generali sono previste per il 2017 e l’inquilino dell’Eliseo non può di certo arrivarci con il Ps diviso.

Tra i punti più delicati della riforma c’è la messa in questione delle 35 ore di lavoro settimanali. Il codice del Lavoro contempla già un massimo di 60 ore settimanali in deroga per “circostanze eccezionali”. Tuttavia, la durata di lavoro settimanale media non può andare oltre le 44 ore su un periodo di 12 settimane. L’esecutivo, per parte sua, vorrebbe fare un ricalcolo della media su 16 settimane. In questo modo, in base ad accordi di settore ed aziendali, si aumenterebbe l’orario. Soprattutto perché le imprese avrebbero vita facile a “costringere” i dipendenti ad accettare gli accordi.

A ciò si aggiunge il taglio degli straordinari. Oggi le prime otto ore (oltre le 35) sono pagate il 25% in più, le successive il 50% in più. Il governo, invece, pensa che sia necessario ridurre il costo mantenendo un “plafond” minimo del 10%.

Infine, c’è il nodo delle indennità. Per il licenziamento senza giusta causa dovrebbe scomparire il reintegro e il risarcimento minimo (pari a sei mesi di salario). E Valls propone indennità crescenti con l’anzianità aziendale. Sono previsti tetti indicativi: quindici mesi di stipendio per i lavoratori con almeno 20 anni di servizio; dodici mesi per quelli con 10-20 anni; nove mesi con 5-10 anni; sei mesi con 2-5 anni; tre mesi al massimo per tutti gli altri.

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