Ammortizzatori sociali: quando in Italia ogni occasione è buona per non fare le riforme

Caso Englaro, Costituzione in pericolo, elezioni in Sardegna, crisi del PD, battute di Berlusconi sui desaparecidos. A guardare alle cronache di queste ultime settimane, si direbbe che in Italia ci siano sempre troppe (pseudo)emergenze per occuparsi di quello che, in tutti i paesi sviluppati, è al centro dell’attenzione: la crisi economica e le possibili strategie

Caso Englaro, Costituzione in pericolo, elezioni in Sardegna, crisi del PD, battute di Berlusconi sui desaparecidos. A guardare alle cronache di queste ultime settimane, si direbbe che in Italia ci siano sempre troppe (pseudo)emergenze per occuparsi di quello che, in tutti i paesi sviluppati, è al centro dell’attenzione: la crisi economica e le possibili strategie per farvi fronte.

Tra queste ultime spicca sicuramente quella riforma degli ammortizzatori sociali di cui nel nostro paese si parla ormai da oltre vent’anni. Eppure pochi sembrano interessarsene: ci ha provato il PD – in uno dei suoi rari momenti di lucidità – ma questa scelta non sembra avergli giovato molto dal punto di vista del consenso.

Chi non demorde è invece il gruppo di studiosi di lavoce.info, guidati da Tito Boeri. In un ottimo articolo dell’altroieri intitolato “Chi ha paura dei sussidi di disoccupazione?” alcuni ricercatori di economia spiegano ad esempio perché l’accordo tra Governo e Regioni per il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga per i prossimi due anni (8 miliardi di euro) non è assolutamente quello di cui il paese ha bisogno.

I destinatari di questi miliardi verranno infatti decisi dalla contrattazione coi sindacati, e quindi probabilmente risulteranno esclusi i lavoratori più deboli, quelli delle piccole imprese, dei settori meno forti e i precari, che sono meno rappresentati degli altri nelle grandi organizzazioni.

Si giungerà dunque ad un risultato paradossale: i beneficiari delle nuove risorse destinate agli ammortizzatori sociali saranno coloro che risultano già protetti da varie forme di sostegno, come la famosa (quanto nefasta) Cassa Integrazione.

Quello che di cui ci sarebbe bisogno è invece una riforma strutturale del nostro welfare, “ispirata al principio per cui il mantenimento del reddito in caso di perdita o assenza di lavoro dovrebbe essere un diritto di tutti”, e non privilegio solo di alcuni lavoratori (quelli Alitalia, ad esempio) com’è adesso.

Il Ministro Sacconi, però, fa orecchie da mercante, e annuncia l’“impossibilità attuale di un impegno proiettato indefinitamente nel tempo per una riforma strutturale (che) dovrà essere ulteriormente rinviata ad una fase di maggiore stabilità economica in cui l’andamento di finanza pubblica sia più prevedibile”.

Peccato che, come fanno giustamente notare i ricercatori de “LaVoce”, “è almeno dal 1988 che la formula “in attesa della riforma organica degli ammortizzatori sociali” viene usata per giustificare l’adozione di provvedimenti soltanto contingenti”. E intanto il paese sprofonda.

Negli altri paesi occidentali, che non vivono in uno stato di perenne emergenza, il dibattito pubblico riguarda molto più spesso che in Italia questi piccoli grandi provvedimenti, che possono cambiare radicalmente la qualità della vita della popolazione. In Italia no: sono 15 anni che siamo bloccati a discutere di Berlusconi e delle sue battute da osteria.

C’è qualcuno che si consola raccontandosi la favoletta di una crisi che colpirà l’arretrata economia italiana meno degli altri paesi: peccato che, come fa notare Francesco Daveri, nel 2008 il divario tra la crescita italiana e quella degli altri paesi europei sia passato dal “solito” -1% ad uno -1,5%.

Foto: ilConte, Flickr.

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