Francia, lavoro: prima grande mobilitazione contro il “Jobs Act” di Hollande

Ieri in Francia cì stata una grande mobilitazione, soprattutto giovanile, contro il progetto di riforma del mercato del lavoro.

La Francia, ieri mercoledì 9 marzo, ha vissuto una giornata di protesta contro il progetto di riforma del lavoro voluto dal premier Manuel Valls e dal presidente Francois Hollande. A manifestare per le strade di Parigi, e non solo, c’era la sinistra, il sindacato e tanti giovani. Come sempre è difficile fornire stime precise sulla partecipazione. Secondo molto testate locali, non sarebbe scorretto dire che hanno preso parte alle 250 iniziative, indette in tutto il paese, più di mezzo milione di persone. “E non siamo che all’inizio”, promettono le varie sigle sindacali.

Flessibilità e licenziamenti facili per creare occupazione non sono la ricetta giusta per le organizzazioni che hanno dato vita alla mobilitazione. La protesta si estesa anche alle scuole e alle università, dove sono nati momenti di discussione collettiva sulle future azioni da intraprendere. Nella regione di Pargi gli studenti hanno bloccato l’accesso ad una trentina di licei.

“E ‘una battuta d’arresto”, “è il testo ai datori di lavoro”, “questa riforma non è né sociale, né socialista”, “questa protesta è solo l’inizio”, “il peggior attacco sui lavoratori”. Sono stati questi i commenti dei manifestanti. Tra i vari punti osteggiati del progetto di legge francese, c’è l’ aumento del numero di causali per giustificare i licenziamenti di tipo economico. Inoltre, in caso di licenziamento senza giusta causa, la norma in discussione vuole porre dei limiti alla discrezionalità del giudice: le indennità varieranno da tre a quindici mensilità, in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore.

La legge poi prevede che un dipendente, con la contrattazione collettiva, potrà arrivare a 12 ore di lavoro giornaliere (attualmente sono 10). E la settimana lavorativa, che oggi contempla un massimo di 48 ore, potrebbe arrivare a 60. Polemiche sono nate anche sugli straordinari. Rimane il minimo del 10% di retribuzione in più, ma gli imprenditori avranno maggiore libertà ad abbassare l’importo vigente. Si punta infine anche a referendum aziendali al fine di siglare accordi espansivi.

Le proteste hanno coinvolto esponenti socialisti di primo piano, che non accusano il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, di promuovere una “deriva liberale” e di fornire dati fasulli .Tra gli altri c’erano Christian Paul, leader della corrente critica del Ps, Pouria Amirshahi, ribelle che si è detto pronto a lasciare il partito, e Benjamin Lucas, presidente del Movimento dei Giovani Socialisti.

Il governo ha precisato subito che le adesioni sono state inferiori alle aspettative. Ma bisognerà attendere le prossime mosse del sindacato per capire se siamo all’inizio di una mobilitazione più grande. Rimane il dato politico con il quale Hollande dovrà fare i conti. Pezzi importanti delle elettorato socialista e del partito non sono pronti a sostenerlo incondizionatamente, e le elezioni presidenziali si approssimano.

Il testo approderà in Consiglio dei ministri il prossimo 24 marzo. Staremo a vedere come reagirà l’opinione pubblica quando ci sarà una maggiore definizione di quello che è stato già ribattezzato in Italia il “Jobs Act francese“. Tuttavia, rispetto alla riforma Renzi-Poletti, delle differenze ci sono. Ad esempio, il progetto del Ps offre maggiore tutele nel conservare diritti assistenziali, previdenziali e sanitari quando si cambia lavoro.