Gli speciali di Crimeblog: l’infermiera killer Sonya Caleffi

Gli annali del crimine sono pieni dei cosiddetti “angeli della morte“, serial killer che agiscono in ambito medico, spesso iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura. Basti pensare a Jane Toppan, che confessò di aver ucciso ben trentuno persone, o a Genene Jones, la più recente e prolifica, responsabile della morte di

Gli annali del crimine sono pieni dei cosiddetti “angeli della morte“, serial killer che agiscono in ambito medico, spesso iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura.

Basti pensare a Jane Toppan, che confessò di aver ucciso ben trentuno persone, o a Genene Jones, la più recente e prolifica, responsabile della morte di almeno 46 pazienti tra adulti e bambini. L’italiana Sonya Caleffi, di cui ci siamo occupati recentemente, rientra in questa categorie di serial killer.

La sua “carriera” di serial killer inizia nel settembre del 2004 quando, grazie ad un curriculum impeccabile di infermiera professionista, viene assunta all’ospedale Manzoni di Lecco. Dopo le prime morti i colleghi della donna iniziano ad insospettirsi e nel dicembre dello stesso anno, nell’uccidere la quinta paziente, la Caleffi commette un errore.

Entra nella stanza di Maria Cristina, una quasi centenaria, fa uscire i parenti in maniera molto brusca e poi, con questi fuori della porta, uccide la donna. Tra i parenti della signora Maria c’è un’infermiera che si accorge che qualcosa non va.


Sonya Caleffi, all’epoca 34enne, viene interrogata circa la morte della donna e nel giro di qualche ora confessa tutto. Il modus operandi è lo stesso: sceglieva dei malati gravi non terminali, iniettava aria nelle loro vene e rimaneva lì qualche minuto a vedere i primi sintomi della crisi respiratoria dovuta all’embolia gassosa.

Osservava le labbra diventare viola, il respiro farsi affannoso, aspettava che il battito divenisse irregolare, poi dava l’allarme. Allora cominciava la messa in scena, il movente del suo delirio. Aspettava l’arrivo dei medici, delle colleghe, spiegava sintomi, illustrava comportamenti, si metteva a disposizione. Che tutto fosse vano perché il paziente era destinato a morire, importava poco. Lei voleva solo essere al centro dell’attenzione dei medici e dei colleghi in una situazione critica.

Lei in un primo momento ammette quattro omicidi, anche se gli investigatori sospettano che siano stati molti di più. Ecco qualche estratto della confessione da lei resa:

Non ho mai avuto intenzione di provocare la morte di alcun paziente. Mai ho premeditato le mie azioni. In concomitanza all’espletamento di manovre infermieristiche a pazienti gravi, senza saperlo spiegare nemmeno a me stessa, ho attivato manovre tali da peggiorare le condizioni degli stessi. In seguito a tali episodi ho ricominciato a stare male psicologicamente e chiedo di essere aiutata. Solo ora mi rendo conto delle mie azioni, pertanto chiedo umilmente perdono ai familiari delle persone decedute ai colleghi e superiori tutti.

Il processo prende il via e nei primi giorni di luglio del 2006 la pubblica accusa chiede trent’anni di carcere per la Caleffi. Pochi giorni dopo, l’11 luglio, arriva la sentenza: vent’anni con rito abbreviato per l’omicidio di cinque pazienti ed il tentato omicidio di altri due. Lei commenta così:

Quello che mi sento di dire è: perdono e scusa, per tutto quello che è successo. La cosa che mi preme di più è la possibilità di una nuova vita. Lo si creda o no, io devo ringraziare di essere in carcere. Ci sono i medici, ci sono i farmaci. Se guardo indietro a me stessa due anni fa non mi ci ritrovo.

Per i suoi legali la pena è troppo dura e ricorrono in appello per chiedere la sua assoluzione, invocando la seminfermità mentale che era stata esclusa nel primo grado. Si riapre il dibattito tra accusa e difesa. Secondo la prima “la Caleffi aveva trattato le persone come cose, uccidendole con lucidità e programmazione ben sapendo le conseguenze del suo gesto“.

I legali della donna sostengono invece che “esprimeva con quei crimini i gravi disturbi psichici di cui soffriva, che l’avevano portata a quattro ricoveri prima che iniziasse quella spirale di morti“.

Vengono confermati i 20 anni di carcere. Resta in carcere e continua a scontare la pena, come vi abbiamo comunicato pochi giorni fa. Grazie a vari sconti – indulto compreso – già a partire dal prossimo febbraio inizierà a godere dei primi permessi premio.

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