Ore 12 – Epifani, Bonanni, Angeletti “solisti” stonati

Di fronte alla crisi economica più dura degli ultimi decenni, invece di unirsi, i sindacati confederali italiani si dividono rimpallandosi le colpe. Cgil da una parte, e Cisl e Uil dall’altra, si guardano in cagnesco. Dopo l’accordo sindacale separato sulla contrattazione sono anzi passati allo scontro frontale, peggio che negli anni bui degli anni’50. La

Di fronte alla crisi economica più dura degli ultimi decenni, invece di unirsi, i sindacati confederali italiani si dividono rimpallandosi le colpe.

Cgil da una parte, e Cisl e Uil dall’altra, si guardano in cagnesco. Dopo l’accordo sindacale separato sulla contrattazione sono anzi passati allo scontro frontale, peggio che negli anni bui degli anni’50.

La Cgil sciopera da sola per protestare contro l’incapacità del governo di Centrodestra a contrastare la crisi. E il capo del sindacato “rosso” accusa Cisl e Uil di essere “filo-governativi”.

Raffaele Bonanni non ci sta e replica: “E’ un nostro successo aver ottenuto 8 miliardi di risorse per precari e piccole e medie imprese. E’ stata la Cisl a fare la proposta sugli ammortizzatori sociali, mentre tutti tacevano. Il bicchiere è sempre mezzo vuoto o mezzo pieno. Ma non si può fare un braccio di ferro su tutto”. Tant’è.

Mentre i vertici della ex “triplice” litigano fra loro, i lavoratori sono falcidiati dalla crisi e si allontano sempre più dalle rispettive organizzazioni.

Ma su cosa si litiga? Siamo alle solite. Gridare sempre più forte per nascondere le proprie debolezze. Ancora una volta bandiere e slogan servono a coprire la inadeguatezza delle proposte.

Dentro la crisi economica più generale c’è la crisi dei sindacati. Il nodo centrale è la mancanza di democrazia sindacale. Dal luogo di lavoro in su.

Si è passati dalla crescita incontrollata delle rivendicazioni su un piano di esasperato egualitarismo, all’opposto. Vige una diffusa ambiguità dinanzi a evidenti manifestazioni di demagogia settaria e all’assenteismo (lì si è inserito il ministro Brunetta). Si insiste sulla difesa rigida di ogni azienda, anche della più dissestata, sulla accettazione della politica degli incentivi pubblici, sulle reticenze sulle reali proporzioni della disoccupazione e dei suoi guasti.

Il sindacato si è richiuso in fabbrica e assiste alla lotta fra i “poveri”, con privilegi e parassitismi fuori controllo. E’ strumentalizzato e strumentalizza. E’ fuori dalla società. Non c’è, non vede, non sente. Non conta. Elemosina. Piegato davanti al governo, agli enti locali, al padronato.

I sacrifici dei lavoratori, dei precari, dei pensionati durissimi, non serviranno a niente. Perché non sono finalizzati a modificare l’attuale sistema.

Addebitare alla condotta del governo, della politica e degli imprenditori i propri errori non porta lontano. Sbranarsi al proprio interno, poi, porta all’auto distruzione e allo scoramento generale dei lavoratori.

La sconfitta non riguarda solo il sindacato ma l’intero paese. E a pagare il conto non saranno Epifani, Bonanni, Angeletti, solisti che per cantare a voce troppo alta, stonano. Ma tutti gli italiani.