Venezuela: Cosa succede dopo le elezioni. Maduro e le opposizioni studiano le prossime mosse

Dopo la sconfitta elettorale del Partito Socialista unito, che poteri ha acquisito l’opposizione? Che contromisure potrà prendere Maduro?

Nicolas Maduro, dopo le elezioni parlamentari venezuelane, è in una posizione molto difficile. Il cartello delle opposizioni, Mesa de la Unidad Democratica (Mud), è riuscito ad aggiudicarsi la maggioranza qualificata dei 2/3, pari a 112 seggi su 167. E con questi numeri la destra può seriamente portare il presidente ad un progressivo logoramento, se non addirittura destituirlo.

Il successore di Hugo Chavez ha chiesto le dimissioni a tutti i suoi ministri per avviare un processo di rinnovamento da parte del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv). La formazione bolivariana, inoltre, ha convocata per domani a Caracas una riunione straordinaria dei suoi 980 delegati per mettere in piedi una strategia da qui a gennaio, mese in cui si insidierà la nuova Assemblea Nazionale.

Il Mud ha i numeri per rimettere mano alla Costituzione, approvata all’epoca di Chavez, per far approvare norme autonomamente, scavalcando eventuali veti dell’esecutivo, per rimuovere magistrati del Tribunale Superiore di Giustizia e perfino per convocare un referendum popolare che ponga fine anticipatamente al mandato presidenziale.


Intanto, Henrique Capriles Radonski, che invitò alla rivolta dopo i risultati delle presidenziali dello scorso anno, al quotidiano El Pais ha detto: “Maduro dovrebbe leggere il risultato, iniziare con un gesto, come il rilascio dei prigionieri politici e chiamare il paese all’unità nazionale“.

Tra i prigionieri c’è anche Leopoldo Lopez, condannato recentemente a 13 anni di carcere per le violenze del 2014, che produssero 43 morti e oltre 800 feriti. Ma ci sono anche personaggi legati alle varie mafie del lavoro, spesso inclini a promuovere sollevazioni in un momento di forte crisi economica.

Maduro, nel mese di dicembre, contando ancora su un Parlamento a lui favorevole, proverà a far nominare i 12 magistrati che mancano al Tribunale supremo di giustizia. Una mossa, secondo molti analisti, che eviterebbe stravolgimenti costituzionali. Ricordiamo che per attuare cambiamenti sostanziali in Venezuela serve il parere favorevole di due poteri su tre (presidenza, Parlamento e Corte costituzionale).

Il Presidente del Venezuela paga la crisi economica causata dalla congiuntura internazionale e dalla politica dell’Opec: l’inflazione è alle stelle e si registra la mancanza di beni di prima necessità nel paese. In ogni caso, il momento di difficoltà non è imputabile solo a fattori esogeni. Le autorità si sono dimostrate miopi, non diversificando l’economia e rendendola totalmente dipendente dal petrolio. A tutto questo si aggiunge la cultura improduttiva delle consorterie legate al Psuv, inclini alla propria preservazione più che a salvaguardare gli interessi popolari.

Non dobbiamo però dimenticare che gli investimenti sociali non sono venuti meno nemmeno nell’ultimo periodo: dalla consegna delle case popolari alla scuola. E secondo gli osservatori ci sono ancora molti che si professano chavisti, ma che hanno preferito non andare a votare per lanciare un segnale al governo.

Non possiamo non rilevare, poi, che sebbene in occidente la stampa e le istituzioni presentino le elezioni di domenica come una svolta, l’opposizione venezuelana non ha affatto tratti liberali. La destra è in continuità con il passato, ha spesso fomentato la strategia del “golpe soft” ed è profondamente corrotta al suo interno. Senza contare che è rimasta in contatto con quei banchieri fraudolenti, in esilio a Miami e pronti a tornare a casa, che hanno cercato di rovesciare Chavez con un colpo di Stato.

Infine, bisognerà vedere quale comportamento terrà l’esercito. Gli alti ufficiali mostrano ancora fedeltà al Presidente, ma non sono esclusi colpi di scena nel caso in cui Maduro rimanesse isolato.