Isis, Belgio: Perché il terrorismo islamico ha attecchito

Bruxelles, e in particolare il quartiere Molenbeek, ha una relazione con la maggior parte degli attentati terroristici avvenuti in Europa negli ultimi anni

L’allerta terrorismo rimane altissima in Belgio. A confermarlo, questa mattina, è stato il ministro degli interni, Jan Jambon. Il livello di sicurezza 4 a Bruxelles è scattato venerdì, dopo che l’antiterrorismo è venuto a concscenza del fatto che il terrorista in fuga Salah avrebbe con sé una cintura esplosiva. Quest’ultimo sarebbe pronto a farsi saltare in aria insieme ad un’altra persona. Intanto, il dispiegamento di polizia e militari ha portato al ritrovamento di esplosivi e prodotti chimici durante le perquisizioni nel quartiere di Molenbeek e all’arresto di 3 o 4 persone.

I collegamenti tra il Belgio, e in particolare Molenbeek, e gli ultimi attentati di Parigi sono molto forti. Per gli inquirenti, almeno tre dei sospettati della carneficina avvenuta nella capitale francese vivevano a Bruxelles. Quello che da molti poi è considerato la mente della strage, Abdelhamid Abaaoud, ucciso nel blitz di Saint-Denis, era un belga di origini marocchine.

Ma non è finita qui. Il Belgio ha una relazione anche con le stragi di al Qaida a Madrid nel 2004 (due attentatori vivevano a Molenbeek) e con l’attentato al Museo ebraico di Bruxelles del maggio 2014. E ancora, con l’attacco al supermercato kosher di Parigi, avvenuta subito dopo la strage nella redazione di di Charlie Hebdo del 2015: il terrorista, Amedy Coulibaly, aveva comprato delle mitragliette skorpion a Bruxelles.

C’è da chiedersi allora perché Bruxelles è diventata una delle basi del terrore jihadista.
Il Belgio, già a partire dagli anni ’90, è una zona di interesse per chi ha intenzione di diffondere il fondamentalismo. Ma all’epoca, prima dell’11 settembre, la galassia dell’islamismo combattente non era ancora orientata ad una strategia terroristica nel cuore dell’Europa.

Poi è arrivato l’11 settembre, con gli attentati di New York e Washington. Osama Bin Laden aveva pensato di attaccare gli Stati Uniti calcolando che ci sarebbe stata una risposta bellica in Medio Oriente. In questo modo, sulla scia del risentimento, voleva allargare il numero degli adepti del suo movimento per prendere il potere in Stati o in zone del Medio Oriente. Ma già alla vigilia degli attacchi alle Torri Gemelle, si capisce che anche in Belgio la situazione è in fermento. Quando venne ucciso da due attentatori suicidi Ahmad Shah Massoud, il comandante dell’Alleanza del Nord in Afghanistan che si opponeva ai talebani, emerse che i due assassini di origine tunisina erano partiti dal Belgio procurandosi documenti falsi.

Gli anni passano, il conflitto in Iraq, la guerra civile siriana e in Yemen finiscono per frazionare il Medio Oriente, le vecchie organizzazioni statuali traballano e le sigle terroristiche si moltiplicano. E proprio tra la Siria e l’Iraq, l’autoproclamatosi Califfo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, già militante di al Qaida, dà vita ad una nuova entità territoriale, attraverso il controllo del petrolio e i finanziamenti arrivati dai paesi del Golfo. A differenza dei gruppi quedisti, l’Isis non attende le sollevazioni popolari, bensì passa direttamente alla conquista. Tale opzione viene supportata da un marketing politico (che si sviluppa attraverso il web e i social) e da un’attività di indottrinamento a livello globale, che procura un nutrito numero di miliziani.

L’attrazione per il Daesh non poteva non attecchire in Belgio, e soprattutto nel quartire di Molenbeek. Qui, come riferisce Daniele Mastrogiacomo su Repubblica, il 30% della popolazione è musulmana, il tasso di disoccupazione giovanile è del 40%, il 20% vive sotto la soglia di povertà. Un ambiente perfetto per fare proseliti.

Il Belgio, nel suo complesso, ha il record di cittadini arruolati nell’Isis in proporzione alla popolazione generale. Tra i 350 e i 500 giovani di nazionalità belga stanno militando con gruppi radicali in Siria. Tra questi, anche il fronte al Nusra, quedista e concorrente del cosiddetto Stato Islamico. I francesi arruolati nella jihad sono molti di più, forse un migliaio, ma ricordiamo che i belgi sono in totale appena 11 milioni.

L’ultimo studio sui foreign fighter belgi è dell’International Centre for the Study of Radicalisation (o ICSR). E dice che in tutto i cittadini che hanno lasciato la propria nazione per andare in Iraq e in Siria a combattere sarebbero al momento 440.

Alain Destexhe, ex segretario generale belga di Medici senza frontiere, a fine agosto, su Le Figaro, ha fatto capire chiaramente che i principali centri di proselitismo sono le moschee illegali, dove gli imam non parlano nemmeno le lingue nazionali (in Belgio si parla francese, fiammingo e tedesco).

Spiega Destexhe a riguardo:

Oltre alle moschee ufficialmente riconosciute, ci sono decine di moschee illegali, ma tollerate dalle autorità. È praticamente impossibile per la polizia o per l’ intelligence monitorare tutto ciò che viene detto in queste moschee, finanziate da Arabia Saudita, Qatar e Turchia

E aggiunge:

l’universo salafita è strutturlamente organizzato con moschee, biblioteche e centri di formazione che diffondono discorsi incompatibili coi valori europei.

Sono proprio queste moschee fuori norma, insieme alla propaganda su internet, che hanno reso possibile la creazione del primo grande processo per terrorismo, con la condanna di 46 foreign fighter della rete Sharia4Belgium, fondata nel 2010 dal predicatore islamico Fouad Belkacem. Nel gennaio scorso, 46 foreign fighter di questa struttura sono stati condannati per terrorismo.

Ricordiamo che i terroristi si sono radicati a Bruxelles anche per ragioni di carattere tattico. La capitale belga conta sei diversi dipartimenti della polizia e 19 municipi. Ciò ha reso difficile una coordinazione tempestiva delle forze dell’ordine, e lo stesso ministro degli interni ha dichiarato di “non avere il controllo di Molenbeek“.

Certamente l’Isis e le altre sigle del terrore in Francia e in Belgio hanno reclutato sia nei ceti popolari sia nel ceto medio (per una esaustiva spiegazione del problema consigliamo un’intervista al sociologo Khosrokhavar apparsa su Il Manifesto). Ma, per quanto riguarda il caso di Molenbeek, le radici della diffusione dell’odio sono strettamente legate alla fallita integrazione dei figli degli immigrati di prima generazione, e di quelli arrivati nell’ultimo periodo.

Disagio sociale, voglia di affermare una propria identità, frustrazione e rabbia per le ultime guerre occidentali, la sconfitta di un panarabismo “laico”, il paradigma del multiculturalismo avvertito come mendace, sono tutti fattori che hanno creato le condizioni affinché a Bruxelles, così come in altre città europee, potesse prendere piede il mito dell’islamismo terrorista.