Attentati di Parigi: Hollande chiederà alla Nato di intervenire in Siria e in Iraq?

Dopo gli attentati di Parigi, Hollande chiederà il supporto della Nato in Siria e in Iraq? E’ possibile che si appelli all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico?

Dopo gli attacchi terroristici di Parigi, sabato scorso la Nato si è riunita nel suo quartier generale di Bruxelles. Qui le bandiere, come sottolineato anche su Twitter dal segretario generale dell’organizzazione, Jens Stoltenberg, erano a mezz’asta, in segno di lutto.

Stoltenberg si è limitato a dichiarare che l’Alleanza Atlantica rimane “forte e unita nella lotta contro il terrorismo“. E che “il terrorismo non potrà mai sconfiggere la democrazia“. Ma ci sono già dei rumors, da prendere come sempre con le molle, che dicono che la Nato si starebbe preparando ad un intervento in Siria e in Iraq.

Tale eventualità suona per la verità un po’azzardata. Dobbiamo ricordare, infatti, che lo Stato Islamico, nonostante i recenti attentati di Beirut e di Parigi, si trova in difficoltà. Non solo la Francia ha ripreso a bombardare Raqqa, roccaforte degli jihadisti, ma le strategie (seppure scollegate) di Usa e Russia hanno incominciato a dare i loro frutti.

A tale riguardo, evidenziamo che l’Isis è pressato, da una parte, dall’esercito di Damasco, aiutato dalla copertura aerea di Mosca e dal supporto logistico iraniano, e, dall’altra, dai peshmerga curdi in Iraq, che con il supporto dei raid della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno ripreso il controllo della città di Sinjar. In questo modo è stata interrotta la continuità territoriale (tra Siria e Iraq) del cosiddetto Califfato.

Tuttavia, c’è chi non esclude un coinvolgimento militare dei 28 paesi membri della Nato. James Stavridis, ex ammiraglio della Us Navy in pensione ed ex comandante in capo del Patto Atlantico in Europa, in un articolo apparso su Foreign Policy, scrive: “Parigi sarebbe nel suo pieno diritto di aspettarsi dalla Nato un ruolo significativo nell’organizzazione di una risposta militare agli attacchi“.

Stavridis entra nello specifico, identificando quelle che sono le 5 tappe fondamentali per dare vita un’azione della Nato in Siria: informare il Consiglio di Sicurezza Onu; individuare una sede di comando (Napoli sarebbe la sede più probabile visto che Brunssum, in Olanda, è pienamente impegnata per dirigere le operazioni in Afghanistan); preparare la forze speciali; organizzare una missione di addestramento al fine di lavorare sia con i curdi che operano nel nord dell’Iraq sia con le forze di sicurezza irachene a Baghdad; passare alla missione vera e propria, coinvolgendo anche paesi esterni all’organizzazione.

Tutto ciò potrebbe concretizzarsi nel caso in cui Francois Hollande si appellasse all’articolo 5 (clausola di difesa) del Trattato Nord Atlantico:

“Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”

L’articolo 5 è stato richiesto solo una volta fino ad oggi, ovvero dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington, quando la Nato partecipò alla guerra in Afghanistan. Nel caso in cui Parigi richiedesse la sua applicazione, scatterebbero delle consultazioni (come predisposto dall’articolo 4) tra gli ambasciatori degli Stati membri. L’ultima nazione del Patto Atlantico che ha reclamato tali consultazione è stata la Turchia, dopo gli attentati dello scorso anno.

Sulla stessa lunghezza d’onda di Stavridis c’è Bruno Tertrais, esperto di sicurezza francese. Alla televisione tedesca Deutsche Welle ha detto che “è arrivato il momento per l’Europa, insieme con la Nato, di far fornte comune per coordinarsi meglio e agire in modo più vigoroso negli attacchi contro la minaccia terroristica jihadista in tutte le sue componenti“.

Ma l’opzione Nato è credibile? Difficile dire come si evolverà la situazione in questo momento. Sicuramente quello che è accaduto a Parigi ha a che vedere con lo Stato Islamico, ma prima di parlare di “atto di guerra” bisogna acquisire certezze sul fatto che gli attentatori siano stati sponsorizzati e finanziati dall’Isis o da altri Stati esteri. Per il momento siamo difronte ad un atto di terrorismo interno, seppur prontamente “benedetto” dagli uomini del Califfato.

In secondo luogo, un’azione della Nato, che releghi la Russia in una posizione di secondo piano, non sarebbe gradita a Vladimir Putin. Proprio ora che Washington e Mosca si sono timidamente avvicinate nel negoziato di Vienna sulla Siria, dove l’Onu ha messo in campo una proposta di mediazione sul ruolo da dare al dittatore Bashar Al-Assad in una prossima fase di transizione politica.

C’è poi da considerare che non tutti i paesi della Nato potrebbero essere d’accordo. L’Italia, ad esempio, si è mostrata più volte riluttante ad un coinvolgimento diretto nel conflitto. Oggi,infine, dal G20 di Antalya (Turchia) sono arrivati segnali che non fanno presagire ad una svolta nella strategia militare in Medio Oriente. Si è parlato infatti prevalentemente di “sanzioni finanziarie ai regimi collegati al terrorismo o che finanziano i terroristi“, di misure concertate per bloccare il flusso dei foreign fighters, di contrasto alla propaganda terrorista sul web, di controllo alle frontiere.